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Quando l’adozione fallisce. Ogni tre giorni un bimbo viene restituito allo Stato

Negli archivi del ministero della Giustizia i ragazzini adottati sono nomi e cognomi senza un passato. Cinquantamila negli ultimi dieci anni. Numeri con un’etichetta appiccicata sopra – Elena, Mattia, Olga, Rashid, Ivan, Felipe – materiale indistinto buono per le statistiche ma di scarsa utilità per capire da dove vengono, quali traumi hanno subito, che lingua parlano, se sono figli di mafiosi o di combattenti sudanesi, perché una cicatrice profonda gli segna un ginocchio o perché gli mancano le braccia, se sono geni della fisica o incapaci di parlare, di pensare, di sorridere, se sono calmi o aggressivi, bianchi o gialli. Non esiste, insomma, una banca dati nazionale che li riguardi, che parli di loro come persone, anche se una legge di quindici anni fa (la 149 del 2001) l’ha inutilmente prevista.  

 Il senso di quello che sono è custodito all’interno dei faldoni raccolti nei ventinove tribunali per i minori che assieme ai servizi sociali, alla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) e agli enti autorizzati, costituiscono la rete di fili invisibili nata per impedire a questi ragazzi di finire in un abisso fatto di niente. 

 È normale questo buco che non consente di tenere sotto controllo il sistema, di creare momenti di collaborazione, riducendo dolori, errori e costi? 

 Evidentemente sì, perché, allargando appena l’orizzonte, si scopre che non esiste neppure una statistica su quanti di questi bambini meravigliosi e interiormente scassati vengano restituiti alle case famiglia dopo l’adozione. «È andata male, ci spiace, riprendetelo». Lacrime e strazio. Capita così? Esattamente così. Succede cento volte l’anno. Tra le otto e le dieci volte al mese. (leggi tutto)

 
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Oneste le società, onesti i cittadini

I cittadini delle nazioni con più alti livelli di corruzione e di evasione fiscale sono più portati a comportarsi disonestamente, anche in un contesto sperimentale controllato e lontano da condizionamenti ambientali: lo ha dimostrato uno studio sperimentale pubblicato sulla rivista “Nature” da Simon Gächter e Jonathan Schulz dell’Università di Nottingham, nel Regno Unito.

Il risultato fornisce un contributo importante agli studi sul collegamento tra la moralità dei singoli e il livello medio di rispetto delle regole della società in cui vivono, una questione complessa, dibattuta e studiata da decenni da sociologi e psicologi.

E’ dimostrato, per esempio, che in un ambiente in cui le regole vengono facilmente violate senza rischiare sanzioni gli individui sono più portati a comportarsi disonestamente senza sentire minacciata l’immagine di se stessi come persone oneste. Per esempio, una persona che non abbandonerebbe mai la spazzatura in una zona pulita della città è più portata a farlo se si trova in un’area degradata. Sembra quindi assodato che, in un dato contesto sociale, valga un principio conformistico: il singolo si adegua al tasso di onestà della maggioranza delle persone con cui vive.

Ma che cosa succede se si studia un comportamento in una situazione controllata di laboratorio, priva di condizionamenti ambientali?

Per rispondere alla domanda, gli autori hanno elaborato un indice che misura la prevalenza di violazione delle regole, denominato PRV, secondo il quale hanno stilato una classifica di onestà di 159 paesi del mondo, sulla base dei dati del 2003 su corruzione ed evasione fiscale. (Per quanto riguarda l’Italia, i dati disaggregati mostrano livelli medi di PRV, di controllo della corruzione e di dimensioni dell’economia sommersa, livelli che sono però tra i peggiori tra dell’Unione Europea.) (leggi tutto)

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Mente e cibo: pensiero, sapori, sensi di colpa, piacere, quanto ingrassiamo possono influenzarsi a vicenda

Il cibo non è fatto solo di vitamine, minerali, proteine e altre nutrienti. Il cibo è fatto anche del rapporto che noi abbiamo con quello che mangiamo.

Ovviamente i pensieri e le emozioni che proviamo non possono modificare la struttura di una mela ma, come vedremo, ne possono variare significativamente gli effetti sul nostro metabolismo. Solo il pensiero di un certo piatto può far emozionare una persona e inorridire un’altra.

Queste reazioni modificano la nostra neurobiologia interna, che influenzerà il modo in cui processeremo quel cibo e i suoi costituenti. Questo rapporto è a due vie: non solo la nostra mente può modificare il sapore e la digestione del cibo, ma anche uno specifico sapore o una sensazione in bocca possono attivare in noi risposte emotive ecomportamentali specifiche.

Un esempio della prima via (dalla mente alla percezione) viene da uno storico esperimento svolto nella scuola di sommelier di Bordeax: un sommelier ha preso due bottiglie di vino bianco identiche, ma una l’ha colorata in modo che sembrasse vino rosso, pur mantenendo inalterato il sapore. Tutti gli allievi e tutti i professori esperti degustatori hanno valutato i vini come differenti. Anni dopo il primo esperimento, la procedura è stata ripetuta eseguendo in contemporanea una risonanza magnetica funzionale. La scoperta interessante è che non si trattava di “sola” suggestione mentale: alla vista del colore (rosso o bianco) del vino il cervello pre-allertava le aree dedicate ad elaborare quel sapore, falsando proprio il processo a livello neurologico.

Un esempio della seconda via (dalla percezione alla mente) riguarda la possibilità che hanno certi sapori e sensazioni della bocca – come la grassezza, l’untuosità, la cremosità, ecc. – di attivare i centri del piacere. Si tratta di un meccanismo evolutivo importante, sviluppato in periodi in cui non era comune mangiare tutti i giorni e concentrarsi sui grassi permetteva l’accumulo di energie a lunga durata.

Il rapporto tra mente e cibo nasce e si sviluppa con ottime finalità evolutive e di adattamento. Il problema è che al giorno d’oggi sono cambiati molti aspetti personali e contestuali, per cui certi meccanismi perdono di senso o vengono costantemente ingannati.

Questo processo può portare a significativi svantaggi: non sapere più distinguere i cibi sani da quelli che non lo sono, ricercare avidamente un cibo mentre in realtà si sta solo cercando una sensazione o un effetto sul sistema nervoso, ingerire più cibo del necessario, attivare processi emotivi, mentali, comportamentali e metabolici disfunzionali. Non solo, in questo modo si alterano tutti i processi percettivi, interocettivi, di auto-regolazione e integrativi alla base della nostra vita. (leggi tutto)

 
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Nella mente dell’assassino

Gentile dottoressa,

mi chiamo Ada e le scrivo perché, come molti, in questi giorni sono rimasta turbata per l’episodio di cronaca avvenuto in questi giorni a Roma. Da quando ho letto del fatto, ho una forte paura che qualcosa possa succedere a me o ai miei cari, e che individui pericolosi si possano incontrare ovunque. Leggendo gli articoli che riguardano la vicenda, questo mio senso di insicurezza viene amplificato: non riesco a comprendere cosa possa spingere a compiere questo genere di crimine.
Mi aiuti a capire. Grazie

Ada

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Buongiorno Ada,

sempre più spesso ormai, anche attraverso il lavoro svolto dai media e dai social network, ci troviamo a leggere di crimini efferati dei quali scandagliamo quasi ossessivamente e voyeuristicamente i dettagli. Ciò accade perché l’uomo, per sua natura, è portato a dare un significato a tutto quello che ha intorno anche per esigenze evoluzionistiche: prevenire cioè gli eventi che possano portare alla propria morte. Proprio l’assenza del movente di un reato, ci fa confrontare con le emozioni e i pensieri che lei ha sottolineato.

Dai suoi esordi, la criminologia, scienza multidisciplinare che studia i fenomeni criminali, ha elaborato numerose teorie per spiegare l’omicidio, considerato il più grave e estremo atto di violenza nella relazione tra esseri umani. Le prime teorie erano legate alla ricerca di tratti che potessero confermare l’esistenza di una personalità criminale. Tra i principali fautori di questa teoria ci fu Cesare Lombroso, che nel suo testo “L’uomo delinquente” introdusse la teoria per la quale vi è una relazione di causa-effetto tra le caratteristiche anatomiche e fisiologiche dell’uomo e il comportamento criminale. Fronte bassa, orecchie grandi, naso aquilino e piedi palmati erano dunque predittivi di un qualche reato. Oggi le teorie lombrosiane non sono più considerate scientifiche, poiché è comprovato che l’aspetto fisico di un individuo non influisce sul comportamento più o meno criminoso.

In questo periodo storico, dove l’omicidio può essere attuato anche per macabro divertimento come nel terribile caso di Roma, è inevitabile ricercarne le cause.
Tra i fattori supplementari strettamente connessi all’aumentare dei crimini violenti c’è l’incremento dell’utilizzo di droghe. Quelle eccitanti, come la cocaina, gli allucinogeni e le nuove sostanze sintetiche mischiate all’alcol, hanno come effetto il crollo quasi totale dei freni inibitori.

Oggi non bisogna ritenersi del tutto soddisfatti dei risultati conoscitivi raggiunti sulla mente degli assassini: è estremamente complesso tracciarne un profilo netto e allo stesso tempo generico per includere più casi possibili. Tuttavia, si può comunque delineare un insieme di tratti che sottendono la personalità di quei soggetti che mettono in atto comportamenti violenti e delittuosi, come l’egocentrismo e l’auto-attribuzione di diritto, cioè il soggetto è così centrato su se stesso che in lui avviene una sorta di legittimazione soggettiva; come la labilità, quindi l’assassino vuole soddisfare i propri bisogni senza preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni, e per questo elimina dentro di sé la paura della punizione; come l’aggressività e l’indifferenza affettiva, perché l’assassino è infatti poco sensibile dal punto di vista morale ed è scarsamente empatico.

Spero di averle dato degli elementi interessanti di approfondimento della tematica.

Dott.ssa Valentina Desideri
Psicologa Psicoterapeuta

Pubblicato il 10 marzo 2016 su Urloweb.com   http://www.urloweb.com/rubriche/categorie-rubriche/psicologicamente/8113-nella-mente-dell-assassino

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La cannabis influenza la nostra capacità di ‘capire’ le emozioni altrui

LA CANNABIS agisce sulla capacità di processare le emozioni che osserviamo sul volto degli altri, come la tristezza, la felicità, la rabbia. E influenza la capacità che abbiamo di entrare in rapporto empatico con quelle emozioni. Ma il cervello fa la sua parte e compensa le differenze tra chi ne fa uso e chi no. È il risultato, in sintesi e semplificando, di uno studio condotto da ricercatori del dipartimento di Psicologia della Colorado State University, Usa, pubblicato a fine febbraio sul Plos One .

Le facce degli altri. Gli autori hanno arruolato 70 volontari di età diverse: sia utilizzatori di cannabis (cronici o moderati, a scopo medico o ricreativo) sia non-utilizzatori. Nel corso degli esperimenti, durati complessivamente un paio d’anni, a tutti i partecipanti è stato chiesto di osservare immagini di volti umani, maschili e femminili,  raffiguranti quattro espressioni distinte: neutra, felice, impaurita, arrabbiata, e di rispondere in tempi stabiliti a domande sulle fotografie che venivano loro mostrate, il tutto mentre erano sottoposti a elettroencefalogramma (in particolare i ricercatori misuravano il potenziale P3, cioè l’attività elettrica stimolata dall’attenzione visiva e correlata alla elaborazione emotiva).  

Maggiore reazione di fronte alla rabbia. Ebbene, la risposta dei consumatori di cannabis è stata maggiore di quella registrata nei non-consumatori di fronte a espressioni negative, in particolare alla rabbia. Al contrario, è stata minore di quella ottenuta nei controlli, di fronte a espressioni positive, cioè alle facce felici.  Ai partecipanti allo studio è stato chiesto poi di focalizzarsi sulle emozioni e di identificarle. A questo test le risposte degli utilizzatori di cannabis e degli altri erano del tutto indistinguibili: il cervello cioè compensava le differenze registrate nel corso del test precedente. (leggi tutto)

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Disprassia, colpisce 5-6 bambini ogni 100

Se un bambino manifesta difficoltà linguistiche e motorie potrebbe essere affetto da disprassia. Si tratta di un disturbo di origine neurologica, che colpisce 5-6 bambini su 100, soprattutto i maschietti. Chi ne soffre tende a imparare in ritardo a parlare, muoversi e compiere gesti quotidiani come vestirsi. La condizione, inoltre, potrebbe avere ripercussioni sull’apprendimento scolastico e, se persiste in età adulta, sulle abilità lavorative. A spiegarlo, in occasione della “Giornata europea della logopedia”, sono gli esperti della Federazione logopedisti italiani (Fli), secondo cui la disprassia non rappresenta un deficit delle facoltà cognitive. Consiste, piuttosto, in un disturbo che coinvolge l’abilità motoria generale(responsabile dei muscoli più grandi o dei gruppi di muscoli) e la motricità fine (che riguarda i muscoli della mano, del piede o della bocca), ostacolando la fluidità di movimenti. 

 “Circa 5 o 6 bambini su 100 soprattutto se maschi, possono soffrire di disprassia – spiega Tiziana Rossetto, Presidente Fli –. Un disturbo causato dall’inefficienza di alcuni neuroni del cervello, i ‘neuroni motori’, nel trasmettere le giuste informazioni ai muscoli per coordinare un gesto ad una azione precisa. Così per un bambino potrà essere difficile eseguire e coordinare azioni in sequenza o isolate, semplificando con ridotte capacità e schemi motori, azioni come camminare, saltare, salire le scale o giocare se sono coinvolte abilità motorie generali o sviluppare abilità quali il parlare, disegnare, fischiare, strizzare l’occhiolino se è interessata anche la motricità fine che comanda mani, piedi e bocca”. 

 La disprassia è caratterizzata dalla difficoltà o dal ritardo nell’imparare a svolgere azioni basilari. Per esempio, i bambini che ne sono affetti spesso apprendono più tardi dei coetanei a masticare, deglutire cibi solidi, sedersi, rotolarsi, alzarsi, camminare, vestirsi, disegnare e usare il vasino. I piccoli pazienti hanno anche maggiori probabilità di sperimentare stati d’ansia e di agitazione anomali, d’inciampare o cadere spesso e di manifestare problemi o ritardi nello sviluppo del linguaggio. Spesso l’eloquio di questi bambini risulta poco comprensibile o meno sviluppato di quanto dovrebbe essere. (leggi tutto)

 

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L’importanza del sonno dei bambini… nella qualità di vita dei genitori

E’ un sabato mattina, le 10 circa, e bussano alla porta. Apro e mi trovo davanti una donna un po’ stanca che tiene amorevolmente in braccio la sua cuccioletta imbacuccata che non avrà neanche un anno. Mi conferma di essere Claudia con la piccola Viola di 9 mesi, il papà è andato a parcheggiare e ci raggiungerà quanto prima. Mentre le faccio accomodare arriva il papà carico di passeggino e borsoni, tutto il necessario per avere ogni comfort possibile per la bambina.

Ci accomodiamo nella stanza dei colloqui, loro sprofondano nel divano con la piccola in braccio che presto migrerà verso il tappeto e il cesto dei giochi.

Siamo due genitori felici ma stanchissimi, distrutti…” Conosco questo preambolo, lo conosco perché l’ho sentito uscire dalla bocca di molti genitori e perché è una sensazione che negli anni passati ha fatto parte di me.

Mi parlano a cuore aperto di quanto la loro bambina sia meravigliosa… solo un piccolo particolare che non toglie meraviglia ma forze ed energie per affrontare le giornate sì. Viola si addormenta con difficoltà, ha bisogno di essere cullata a lungo. Fin qui è difficile da sostenere ma si potrebbe andare avanti… il fatto è che la piccola la notte si sveglia dalle 3 alle 6 volte, alcune notti anche ogni ora, a volte si riaddormenta subito mentre altre sembra che non ne voglia proprio sapere.

Francesco e Claudia mi dicono che è una bambina tanto “brava”, vivace, socievole e che sta bene con tutti. Ama uscire e anche quando è a casa gioca tranquillamente. Mi confessano di avere anche letto il famoso libro sull’estinzione graduale ma proprio non ce la fanno a lasciare la loro bambina piangere per farla addormentare da sola (“per fortuna!” penso tra me e me e tiro un sospiro di sollievo). D’altra parte se avessero cercato soluzioni rapide (e purtroppo non indolori in primis per i bambini ma anche per i genitori) non avrebbero richiesto una consulenza ad una psicologa.

La loro storia è simile a quella di Livia e Mauro che hanno un figlio di 3 anni, Nicolò, con difficoltà di addormentamento e risvegli notturni dopo i quali è difficile riprendere il sonno, specialmente quando fa gli incubi. (leggi tutto)

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STEPCHILD ADOPTION: COSA DICE LA LETTERATURA SCIENTIFICA

La stepchild adoption, che in inglese significa  “l’adozione del figliastro”  è la possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. In Italia è già prevista per le coppie eterosessuali sposate da almeno tre anni o che abbiano vissuto more uxorio (“secondo il costume matrimoniale”, cioè in sostanza convivendo) per almeno tre anni ma siano sposate al momento della richiesta. Non è quindi valida per le coppie omosessuali. Dal disegno di legge approvato, che regolamenta le unioni di fatto anche tra le persone dello stesso sesso. la Stepchild adoption è stata cancellata, quindi se all’interno della coppia omosessuale un partner ha avuto uno o più figli naturali da una precedente relazione, non è prevista la possibilità di adottare il figlio naturale, come già previsto per le coppie eterosessuali. La stepchild riconosce quindi, in caso di morte o di malattia del genitore naturale, il diritto ed il dovere per l’altro partner di prendersi cura dei figli, ma solo per le coppie eterosessuali. Nel maxi-emendamento viene fatta delega ai Tribunali di decidere se applicare o meno la stepchild adoption ai singoli casi concreti.

 In tutto il mondo i paesi che prevedono la stepchild adoption per le coppie gay sono 28: 21 prevedono la possibilità di adottare anche i bambini che non hanno legami biologici con nessuno dei due partner, altri sette riconoscono soltanto la stepchild adoption (Colombia, Germania, Estonia, Croazia, Slovenia, e Australia).

Nei giorni durante i quali al Senato si discuteva, appunto, il Disegno di legge n.081 (c.d.Cirinnà) , l’Ordine degli Psicologi del Lazio per consentire ai senatori di potersi esprimere al riguardo con la maggiore consapevolezza possibile, ha prodotto e messo a disposizione un lavoro di analisi e sintesi degli studi scientifici internazionali sul tema.

Dagli studi pubblicati non emergono distinzioni significative tra figli di omosessuali e figli di eterosessuali per quanto riguarda l’adattamento sociale del bambino. Non si riscontrano prove per cui l’orientamento sessuale dei genitori influenzerebbe lo sviluppo dell’identità sessuale dei figli.

I figli di genitori omosessuali e i figli di genitori etero non differiscono in maniera significativa per ciò che concerne il processo di separazione-individuazione.

Per ciò che riguarda i genitori non emergono differenze significative tra genitori biologici e sociali per ciò che riguarda l’autostima, l’accettazione in quanto genitore omosessuale, l’impegno posto nella relazione, la soddisfazione sessuale, o il modo in cui viene percepito il bambino.

I risultati delle ricerche sono visibili sul sito dell’Ordine degli Psicologi del Lazio : http://www.ordinepsicologilazio.it/professioni-istituzioni/stepchild-adoption/

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Crescere con “due mamme”

Buongiorno dottoressa, 

mia sorella, con un lungo passato omosessuale, si è poi, con nostra sorpresa e, direi “sollievo”, sposata con un uomo dal quale ha avuto una bambina. Purtroppo è rimasta vedova tre anni fa, quando mia nipote aveva appena sei mesi. Dopo poco tempo mia sorella ha iniziato a frequentare assiduamente colei che è diventata la sua compagna stabile. Devo dire che è una donna piacevole ed intelligente ma ora che hanno deciso di andare a vivere insieme, io, mio fratello ed i miei genitori siamo preoccupati per le conseguenze che ciò avrà sicuramente sullo sviluppo della bambina. Lei cosa ne pensa, cosa potremmo fare per convincerla a non fare questo passo?
Grazie e cordiali saluti, Gianna.

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Buongiorno Gianna, 
la questione che mi pone è in questo periodo storico fonte di numerose controversie. Per molto tempo si è dato per certo che un figlio potesse crescere in modo sano solo dalla coppia di genitori: un papà ed una mamma. Di fatto poi si sono spesso verificate situazioni che hanno portato, in seguito a lutti o a separazioni drammatiche, una madre ad allevare i figli da sola, o aiutata da una sorella, o da una zia…O un padre a crescere da solo o con l’aiuto di familiari, i propri figli. E quello che il senso comune ci ha sempre suggerito è che, se allevati con amore, attenzione e cura, i figli sarebbero cresciuti sani. Oggi l’aumento della possibilità per le coppie omosessuali di poter vivere alla luce del sole, l’opportunità per le donne di poter andare nei paesi dove ciò è permesso ed effettuare una fecondazione eterologa, ha portato alla luce il quesito se i figli che cresceranno in famiglie dove i genitori sono dello stesso sesso, potranno avere uno sviluppo psicofisico ed un orientamento sessuale “nella norma”. Secondo l’Istituto superiore di Sanità, i bambini cresciuti da genitori omosessuali in Italia sono 100mila: alcuni sono nati da unioni eterosessuali che si sono poi concluse e il genitore ha formato una nuova famiglia con un partner dello stesso sesso; altri sono stati concepiti in famiglie gay grazie alla fecondazione assistita permessa all’estero. 
A tale proposito, gli studi effettuati negli ultimi quarant’anni dimostrano che sul benessere dei bambini influisce la qualità delle relazioni che hanno con i genitori, la stabilità dei loro legami, siano essi una coppia eterosessuale o omosessuale. 
Nel 2006, l’American Academy of Pediatrics ha dichiarato quanto segue: “I risultati delle ricerche dimostrano che bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali. Più di venticinque anni di ricerche documentano che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Questi dati dimostrano che un bambino che cresce in una famiglia con uno o due genitori gay non corre alcun rischio specifico. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori”.
Di fatto, quello che conta in una coppia di genitori non è il loro sesso biologico, ma la capacità di svolgere funzioni paterne (ciò che ha a che fare con le regole, la legge, l’ordine..) e funzioni materne (essere accoglienti, affettuosi). Queste funzioni possono essere tranquillamente svolte anche da una coppia omosessuale: a tal proposito le consiglio la visione del film “I ragazzi stanno bene” che affronta il tema di una famiglia “non tradizionale”, dove i figli sono cresciuti da una coppia di donne, impersonate dalle attrici Annette Bening e Julianne Moore; una commedia che riesce a coniugare perfettamente tematiche gay e valori tradizionali e nella quale si può osservare i ruoli ben distinti che le “due mamme” ricoprono nella crescita dei figli.
Per ciò che riguarda la realtà italiana, quello che posso supporre è che, dal momento che il nostro paese non è ancora libero da pregiudizi e siamo molto legati ai ruoli tradizionali, sua nipote potrebbe essere vittima di pregiudizi riguardo la sua situazione familiare particolare, per lo meno per questo momento storico. Spero che possiate aiutarla, con la vicinanza e l’affetto, a non soffrire per quella che è ancora una forma familiare nuova. Non affronto il tema della perdita del papà perché non è questo l’argomento della sua richiesta, ma sarà un tema che avrà certamente un peso importante per sua nipote.
Quindi, Gianna, pur comprendendo i suoi dubbi, mi sento di rassicurarla sul futuro di sua nipote, per lo meno per ciò che riguarda l’orientamento sessuale di chi la crescerà: non è quello che potrà avere una ripercussione sul suo sviluppo sano, ma l’amore, la dedizione e le cure con cui verrà cresciuta.

Distinti saluti.

Dott.ssa Silvia Sossi
Psicologa-Psicoterapeuta

Pubblicato il 3 marzo 2016 su Urloweb.com  http://www.urloweb.com/rubriche/categorie-rubriche/psicologicamente/8074-crescere-con-due-mamme

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Recensione psicologica al film Room

Di Sergio Stagnitta

È veramente difficile provare a raccontare questo film così potente sapendo che è liberamente ispirato ad una storia vera. La difficoltà risiede nel fatto che per raccontare qualcosa bisogna distanziarsene, almeno quel tanto che ci permette di vedere le cose dall’esterno e magari con l’aggiunta di una dimensione metaforica, tipica delle storie di fantasia. Invece in questo film prevale sempre un punto di vista interno, troppo ravvicinato, con la macchina da presa puntata per quasi tutto il tempo sul viso di Jack e di sua madre Joy, i protagonisti di questa storia. Noi spettatori siamo costretti a seguirli intimamente connessi a loro, e infatti, più di altri film, le emozioni sono spinte al massimo, soprattutto la rabbia e la tristezza e poi i vissuti come la frustrazione, la claustrofobia, infine il desiderio di fuga, forse lo stesso che ha tenuto in vita il Conte di Montecristo rinchiuso ingiustamente in una cella per 14 lunghi anni. Romanzo che Joy racconta al suo piccolo Jack, forse traendone anche qualche spunto per uscire da quella prigionia.

La storia è semplice: un maniaco ha sequestrato una ragazza di 17 anni, Joy, e l’ha rinchiusa in una piccola stanza abusando di lei per 7 anni. Da questi rapporti nasce un bambino che non è mai uscito da quella stanza. Gli unici contatti con l’esterno sono il vecchio Nick (il maniaco), Ma’ (la mamma, che si chiama Joy), la tv e il lucernaio, una piccola finestra, irraggiungibile, incastrata nel soffitto della stanza. La mamma ha fatto credere a Jack, almeno fino al compimento dei suoi cinque anni, che oltre il lucernaio e la porta dalla quale entra Nick, non c’è nulla, e così anche i personaggi della tv non sono reali, per Jack il mondo è tutto in quella stanza.

La “stanza” ha tutti gli oggetti fondamentali che permettono una minima sopravvivenza, ne manca solo uno: lo specchio. È proprio questa la chiave di lettura che ho scelto per prendere la giusta distanza dalla storia e provare a descriverla. Nella stanza manca lo specchio, l’unico oggetto che ci consente di vederci dall’esterno, che consente, come direbbe lo psicoanalista francese Lacan, al bambino piccolo di riconoscere sé stesso nell’immagine riflessa e costituire la sua identità come individuo. Forse nella sua immensa perversione Nick, il maniaco, sapeva della potenza dello specchio e così non l’ha inserito volutamente nella stanza, sapeva che lo specchio sarebbe stata un’arma potente che poteva essere rivolta contro di lui. Non aveva previsto però un’altra arma, proprio perché la sua malattia mentale non poteva suggerirgliela, ovvero l’amore, la relazione con l’altro, lo sguardo dell’altro che sostituisce l’immagine riflessa allo specchio (alla fine troverete una clip del film dedicata proprio a questo aspetto). (leggi tutto)