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Valutazione psicologica per chirurgia bariatrica

Valutazione Psicologica per certificazione necessaria in-caso di intervento di chirurgia bariatrica

A quanti decidono di sottoporsi ad un intervento di chirurgia bariatrica viene richiesto, assieme ad altri accertamenti pre-operatori, una valutazione delle condizioni psichiche ed emotive da parte di uno psicologo o uno psichiatra, come prescritto dalla totalità delle linee guida internazionali (IFSO-EC/EASO/ECOG/ITOF 2007; AACE/TOS/ASMBS 2008; NICE 2006) e nazionali (SICOB 2006).
Gli strumenti con cui si realizza la valutazione psichiatrica-psicologica per la chirurgia bariatrica sono il colloquio clinico e i test psicodiagnostici.

L’Obesità è una malattia determinata e sostenuta da fattori di natura diversa (metabolici, ormonali, psichici e sociali) presenti contemporanemente, per questo si dice che è una patologia con un’eziologia multifattoriale. Gli aspetti psico-sociali svolgono un ruolo determinante, evidente nella letteratura scientifica e nella pratica clinica, sia in funzione del mantenimento della condizione patologica che dei tentativi di curarla.

E’ necessario, quindi, valutare se esistono stati psicopatologici veri e propri o specifiche attitudini psicologiche e comportamentali che rappresentano delle controindicazioni alla chirurgia bariatrica. In questo caso, lo studio e la valutazione di
determinate aree psicologiche può individuare eventuali elementi di rischio e fornire la base per la programmazione di trattamenti mirati pre-operatori e post-operatori volti a migliorare l’esito dell’intervento e la qualità della vita del paziente anche nel lungo termine. In questo contesto, la valutazione pre-operatoria si pone quindi non solo come momento diagnostico, ma come primo momento per la creazione di una relazione terapeutica duratura finalizzata alla “presa in carico” multidisciplinare a lungo termine del paziente bariatrico. 

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Tic

I tic sono movimenti  rapidi ed involontari, che non è possibile arrestare se non per breve tempo; vengono definiti  semplici se sono costituiti da movimenti brevi e stereotipati del volto, delle spalle e degli arti ed in complessi se costituiti da sequenze di movimenti.

I più frequenti sono quelli che riguardano il volto e se si associano tra loro possono apparire come espressioni mimiche particolari, rappresentando ad esempio la rabbia, il disgusto, la paura.

Possono presentarsi anche attraverso atti, come l’emissione di suoni o ripetizione di parole.

I tic sono sempre movimenti improvvisi e senza finalità che tendono a ripetersi con un ritmo irregolare.

Non disturbano i movimenti volontari e non sono presenti nel sonno. 

Sembra vi sia una certa “familiarità”: se si indaga all’interno della famiglia di un bambino con una forma di tic, si scopre stesso che da piccolo qualche familiare aveva avuto lo stesso disturbo.

I tic nelle diverse forme sono osservabili più frequentemente nei bambini tra i 7 e i 12 anni, meno negli adulti in quanto nella maggior parte dei casi tendono a scomparire. Spesso si presentano in alcuni periodi con maggiore, in altri con minore intensità.

Inizialmente il tic può essere una semplice condotta motoria in reazione ad una situazione di ansia momentanea o ad un angoscia che il bambino non riesce ad esprimere in altro modo; ciò può riguardare una malattia, una separazione o comunque un evento difficile per il bambino.

È inutile insistere affinchè il bambino smetta, perché il movimento è, appunto, involontario: può essere interrotto con un certo sforzo solo per un breve periodo di tempo. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, il tic non è un disturbo per il bambino ma un sollievo: infatti rappresenta un modo per alleviare la tensione.

Possono però diventare un disagio per il bambino se gli adulti reagiscono rimproverando il bambino, i compagni lo deridono..

L’uso di farmaci a parere di molti è sconsigliato perchè spesso tali sintomi spariscono spontaneamente.

Nei casi in cui permangono è più utile intervenire sulle situazioni ambientali cercando di comprendere il significato del disagio del bambino che con la somministrazione di farmaci. Il tic infatti può essere, come tutti i sintomi, un segnale che qualche cosa deve essere modificato, una manifestazione del difficoltà del bambino e delle sue relazioni.

Perciò di solito è poco efficace un intervento psicologico individuale sul bambino, come una psicoterapia individuale, ma una consulenza psicologica che preveda un approfondimento sia di tematiche familiari che personali del bambino può essere utile per comprendere l’origine e la causa del malessere.

D.ssa Silvia Sossi

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Terapia Familiare

La Terapia Familiare

La terapia familiare è una forma di psicoterapia che si svolge tramite incontri a cui partecipano, di regola, tutti i membri della  famiglia. L’intento è di capire insieme come la storia delle relazioni possa aver portato ad una situazione di sofferenza della famiglia ed eventualmente alla presenza di un sintomo in uno dei membri. Nella terapia familiare, quindi, l’attenzione è spostata dall’individuo alla famiglia, intesa come “sistema”. Il terapeuta familiare non considera colui o colei che presenta il sintomo, come “il problema”, bensì come la persona che, attraverso il proprio disagio, porta una difficoltà di tutto il sistema familiare. Il sintomo, quindi, acquista una sua specifica funzione ed un particolare significato che viene considerato all’interno delle relazioni familiari. È possibile che il contesto relazionale in un dato momento del ciclo della famiglia, non corrisponda alle esigenze evolutive di uno o più membri. In questi casi si può creare un blocco che crea disagio e sofferenza all’individuo. I sintomi di un individuo sono quindi un segnale di un adattamento non riuscito rispetto alle richieste di cambiamento provenienti dall’ambiente o necessarie per affrontare una specifica fase evolutiva. La famiglia, infatti, così come l’individuo, ha un “ciclo di vita” che evolve attraverso varie fasi come: il matrimonio, la nascita del primo figlio, l’inizio della scuola, la morte del coniuge, l’uscita da casa dei figli. Questi momenti di transizione possono risultare “critici” per alcune famiglie in quanto è necessario modificare l’intera organizzazione per rispondere alle richieste della nuova fase e ciò non è sempre semplice. Uno o più membri della famiglia, infatti, possono trovare difficoltà ad evolversi e possono sviluppare un comportamento sintomatico e disfunzionale. L’obiettivo della terapia  familiare è di comprendere, innanzitutto, il significato del disagio e poi modificare le interazioni e le dinamiche familiari  attraverso la collaborazione di tutti i membri.

Per ciò che riguarda il suo svolgimento, la terapia familiare è condotta da uno psicoterapeuta o da una coppia di psicoterapeuti, ed in funzione delle esigenze e delle situazioni di volta in volta presentate è possibile estendere l’invito a partecipare alle sedute oltre ai componenti del nucleo familiare, anche ai membri delle rispettive famiglie d’origine (genitori, nonni, zii, cugini, amici o persone significative). Quando colui che esprime il disagio è un bambino ed i genitori sono separati, generalmente si incontrano i figli con uno dei due genitori, in maniera alternata, per non riaccendere eventuali conflitti.

La frequenza delle sedute della terapia familiare è stabilito di comune accordo con lo psicoterapeuta, generalmente la frequenza è di un incontro ogni quindici giorni, ma in alcuni momenti del percorso, soprattutto nella prima fase di conoscenza e valutazione, può essere di una volta alla settimana.

La terapia familiare è indicata soprattutto:

  • Quando il disagio di uno dei membri ha un impatto forte su uno o più dei membri del nucleo familiare.
  • Quando è il bambino o l’adolescente a manifestare il disagio.
  • Quando un evento stressante (lutto, perdita del lavoro, separazione, divorzio) coinvolge tutti i membri della famiglia creando difficoltà e sofferenza.

Generalmente durante i primi tre incontri si definisce il problema attraverso la raccolta di notizie ed informazioni sulla storia familiare, successivamente il terapeuta formula le prime ipotesi diagnostiche e relazionali che verranno integrate e sviluppate per tutto il corso dell’intervento. Il terapeuta familiare, infatti, lavora insieme alla famiglia per individuare le difficoltà e trovare nuove possibili, e più funzionali, soluzioni attraverso la mobilitazioni di risorse individuali e familiari.

Il Centro Psicoattivamente, a Roma,  si compone di un team di Pscicologi Psicoterapeutici esperti in terapia familiare.

D.ssa Silvia Sossi

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Terapia di coppia

Terapia di coppia

La terapia di coppia è un intervento terapeutico che si pone l’obiettivo di aiutare i membri di una coppia a superare i momenti difficili che incontrano nel loro percorso insieme. Tali difficoltà possono riguardare e si possono manifestare in molti modi diversi: attraverso difficoltà di comprensione reciproca, problemi nella sfera sessuale, divergenze nello stile genitoriale, tradimenti.

I componenti della coppia si scelgono sulla base di profondi bisogni reciproci, e con il passare del tempo tali bisogni possono cambiare, così che l’altro può sembrare non più in grado di rispondere alle proprie esigenze. Inoltre il cambiamento sociale dei ruoli maschile e femminile pone spesso le persone in uno stato di confusione rispetto al proprio ruolo all’interno della coppia. Ci sono poi fasi della vita che pongono la coppia di fronte a bivi che richiedono un aggiustamento ed una nuova contrattazione di ruoli e posizioni nella coppia: la nascita dei figli, la malattia o la perdita dei genitori, difficoltà lavorative..

Può succedere che uno dei due componenti della coppia prima di arrivare a proporre una terapia di coppia, abbia tentato di risolvere la sua difficoltà attraverso una psicoterapia individuale ma, nonostante questa esperienza possa aver prodotto una qualche forma di consapevolezza rispetto alla situazione, non è riuscita a risolvere le problematiche inerenti alla coppia. Altre volte è uno dei due componenti che “porta” l’altro in terapia e ciò può accadere perchè abbia raggiunto una maggiore consapevolezza del disagio o perchè creda, erroneamente, che la “colpa” sia dell’altro. Spesso, infatti, i membri della coppia si trovano incastrati in accuse reciproche rispetto a “di chi è la colpa” ed il passaggio dalla colpa all’idea di responsabilità è fondamentale perchè essa, al contrario della colpa, permette una riparazione. Tale processo non è semplice e lineare ma prevede resistenze e passaggi graduali.

Alcune coppie che iniziano una terapia rivelano di avere una sensazione di malessere che risale a molto tempo prima ma che hanno cercato di minimizzare. Altre volte uno dei due accusa l’altro di non essersi accorto che le cose andavano male da tempo: in realtà la percezione del malessere può essere diverso nei membri della coppia e ciò si concretizza nella difficoltà a chiedere aiuto.

L’inizio di una terapia di coppia prevede una motivazione congiunta, che si costruisce insieme al terapeuta.

Gli obiettivi di una terapia di coppia si possono riassumere nel  fornire ai due partners una nuova chiave di lettura dei comportamenti propri e del partner nei momenti di crisi, e di individuare ed applicare dei cambiamenti che possano ristabilire un nuovo equilibrio e ridare serenità alla coppia. Che le persone stiano abbastanza bene da vivere una vita soddisfacente.

Non sempre si tratta di cambiare, a volte si tratta di cambiare la propria posizione di adulto rispetto ai propri vuoti, che risalgono al passato ed alle relazioni con la famiglia di origine in modo da evitare di mettere all’interno della coppia antichi problemi non risolti. Imparare a tollerare ciò che non si può cambiare, fa parte del lavoro terapeutico.

Benchè le persone cerchino, spesso, di risolvere “ognuno per sè” problemi che riguardano la coppia, dal momento che sono loro due, insieme, che costruiscono quel legame, che è unico, il luogo migliore per lavorare sulla relazione di coppia è proprio la coppia, cioè la presenza in terapia di entrambi i partners.

Silvia Sossi

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Accompagnamento all’affidamento e all’adozione

Adottare un bambino è una decisione importante e coraggiosa, spesso maturata nel tempo dopo lunghi tentativi di avere un bambino sia in maniera naturale che attraverso la fecondazione assistita.

E dopo aver preso la fatidica decisione di adottare ed aver intrapreso il lungo iter che l’adozione comporta, la coppia spesso attende anni prima di riuscire, finalmente, ad adottare. Anni di speranza, di scoraggiamento, di aspettative.

Nonostante ciò, quando, finalmente, il bambino (o i bambini) arriva, la coppia non è, nella maggior parte dei casi, sufficientemente preparata ad accogliere il bambino.

Perché le strutture pubbliche non sostengono il percorso post-adozione che non è così facile e naturale come a volte si tende a credere. Le aspettative della coppia vengono a scontrarsi con un bambino portatore della propria storia che in molti casi è una storia di sofferenza.

Così che i genitori adottivi non trovano di fronte a loro un bambino felice e grato di essere stato sottratto ad un triste destino ma un bambino confuso, triste ed arrabbiato che ha di fronte a sé i testimoni del fatto che qualcuno non l’ha voluto, i suoi genitori naturali.

Se ciò non accade nelle situazioni di adozione nelle quali il bambino viene adottato molto piccolo, ci sono tuttavia dinamiche che vengono a presentarsi durante il percorso scolastico e nell’adolescenza. Anche nelle situazioni meno complesse, infatti, durante l’adolescenza il figlio adottivo si porrà delle domande che riguardano la sua identità e la sua appartenenza.

I genitori devono quindi imparare a comprendere comportamenti aggressivi ed apertamente provocatori del loro figlio che a volte hanno solo il fine di riuscire a dimostrare a sé stesso che davvero loro lo amano e lo desiderano: un desiderio di essere accettato che può provocare nei genitori sentimenti di rifiuto.

E’ evidente che quando un bambino è adottato in età scolare, ricorda bene il suo passato e le relazioni significative, oltre a doversi confrontare con un mondo che parla una lingua diversa da quella che ha già imparato. Deve quindi elaborare una perdita importante, e parlare del suo passato gli è di grande aiuto. Ciò non è quasi mai facile in quanto i genitori adottivi sono preoccupati di far emergere antichi dolori ed il bambino teme di tradire i nuovi genitori.

I genitori adottivi hanno spesso la tendenza, del tutto comprensibile ma poco efficace, di negare la storia del figlio, come se fosse nato con loro. Ciò rende più difficile per lui elaborare la sofferenza di un abbandono che, sebbene da tutti negato, di fatto c’è stato.

Dal momento che le dinamiche che si instaurano tra genitori e figli possono peggiorare nel tempo ed esplodere durante la fase adolescenziale, chiedere un sostegno psicologico per farsi aiutare è molto utile.
Si può così ricostruire insieme al terapeuta la propria storia familiare in modo che il figlio pian piano senta sempre di più di appartenere a quella famiglia.
Nello stesso tempo il bambino ha bisogno di riappropriarsi della propria storia e delle proprie origini, argomento tabù per la maggior parte delle famiglie adottive che fanno fatica ad avvicinarsi da sole a temi così delicati e dolorosi e che può avvenire in maniera più efficace in un percorso terapeutico durante il quale famiglia e terapeuta lavorano insieme per creare una storia condivisa.

Silvia Sossi

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“Papà va a lavorare”. Come è difficile spiegare ai figli la separazione.

La separazione è un evento difficile per tutti i membri che compongono una famiglia.

Poiché la separazione dei genitori li coinvolge direttamente, è giusto che i figli vengano informati.

Se ciò può sembrare ad alcuni ovvio, di fatto non lo è, in quanto  i genitori, nel tentativo di proteggerli da un evento così doloroso, tendono spesso a dare spiegazioni confuse che spesso disorientano.

 I bambini piccoli si possono così sentir dire per molti mesi dopo che un genitore, di solito il papà, si è allontanato da casa, che “va a lavorare”, tutte le volte che, dopo essere stato con il figlio, va via. Sottovalutando la sensibilità del bambino ed i cambiamenti che avvengono nella sua vita da un momento all’altro, non trovandosi più a condividere con l’altro genitore momenti importanti come il risveglio e l’addormentamento, per esempio, e senza nessuna spiegazione.

I figli adolescenti, invece, possono trovarsi ad affrontare la separazione dei genitori nel momento in cui essa viene messa in atto con l’allontanamento di uno dei due genitori da casa, senza alcuna preparazione.

Il modo in cui i figli vengono a conoscenza della decisione dei loro genitori di separarsi è molto importante:  infatti quando ciò avviene in maniera chiara ed il più possibile “serena”, può rassicurare e contenere le loro ansie . Viceversa quando avviene in maniera improvvisa, violenta o non chiara, può suscitare paure, generare forti preoccupazioni.

Naturalmente per spiegare ai figli ciò che sta accadendo è bene utilizzare un linguaggio adeguato all’età dei figli, ma sempre chiaro e che non li faccia sentire in alcun modo responsabili.

La comprensione e le attribuzioni di significato all’evento sono largamente condizionate dall’età dei figli: un bambino piccolo non sempre possiede quegli strumenti cognitivi sufficienti per elaborare la “perdita” di uno dei genitori e per comprendere le cause reali delle difficoltà familiari: è spesso portato ad attribuirsi la colpa del fallimento dell’unione tra i genitori, se non altro perché crede di non essere stato capace di farsi amare tanto da impedire la separazione.

È quindi fondamentale spiegare chiaramente ai figli ciò che sta accadendo, in modo che possano comprendere gli avvenimenti ed i cambiamenti che avvengono intorno a loro e rispondere alle loro domande nella maniera più onesta e spontanea possibile. Hanno bisogno di sapere dove andrà ad abitare il genitore che si allontana, quando potranno vederlo. 

I primi mesi dopo la separazione sono, generalmente, i più difficili sia per gli adulti che per i bambini, o i ragazzi. E’ evidente che il processo di separazione è complesso per entrambi i coniugi, sia per chi mette in atto la decisione che per chi, in qualche modo, la subisce. Il primo perché deve spesso confrontarsi con i sensi di colpa, il secondo con il sentimento di solitudine ed abbandono. Entrambi devono lavorare emotivamente per sciogliere il legame con l’altro ed affrontare il fallimento delle aspettative che avevano riposto nel matrimonio.

Dopo che la separazione è stata messa in atto, alcuni figli si rassegnano, altri mettono in atto una serie di strategie rivolte a far tornare insieme i genitori. Se i genitori riescono a mostrarsi fermi e sicuri nella loro decisione, fin dall’inizio, esprimendo che è una decisione che riguarda gli adulti come coppia ma che rimarranno sempre uniti come genitori e che i figli non perderanno mai il loro amore, generalmente i figli si rassegnano. Quando continuano, esprimono spesso il desiderio di uno dei due ex coniugi, di ritornare con l’altro. I figli, infatti, sono molto sensibili alle emozioni dei loro genitori, soprattutto se percepiscono la sofferenza.

I figli devono affrontare cambiamenti pratici e paure e timori.

Gli effetti della separazione sui figli sono ampiamente condizionati dal rapporto dei due genitori tra loro, non tanto per ciò che riguarda il rapporto tra ex coniugi ma in particolare per l’atteggiamento che ognuno dei due ha verso la genitorialità dell’altro.

Il protrarsi della discordia e del conflitto tra i genitori nel tempo è un’esperienza negativa per i figli siano essi bambini che adolescenti ed ha effetti negativi più della stessa separazione.

Per questo motivo sarebbe auspicabile che i figli rimanessero il più possibile fuori da discussioni che non fanno che alimentare le loro angosce.

Evitare di incolpare l’altro coniuge anche quando si è fermamente convinti che abbia gran parte delle responsabilità, non cercare di portare i figli “dalla propria parte” come alleati sono obiettivi difficili per i genitori che spesso devono fare i conti con il senso di abbandono, con la rabbia, con la delusione, la solitudine. Ma i figli non dovrebbero mai trovarsi a dover scegliere da che parte stare.

Generalmente i primi mesi sono i più difficili, tutti devono affrontare emozioni a volte contrastanti e devono abituarsi a nuovi luoghi, orari, abitudini, assenze.

E’ possibile che i bambini piccoli abbiano comportamenti regressivi come richiedere il ciuccio o riprendere a bagnare il letto, altri più grandi avere un calo nel rendimento scolastico, adolescenti esprimere atteggiamenti di opposizione e ribellione o, al contrario, di isolamento.

Ma i bambini ed i ragazzi sono, rispetto agli adulti, coloro che hanno le maggiori capacità di adattamento e, se rassicurati sull’amore e la presenza dei genitori, se tenuti lontano da discussioni, se non vengono utilizzati come forma di ricatto per l’ex coniuge, non solo si adattano ma riescono a trovare perfino dei vantaggi anche in questa nuova situazione.

Benché alcune situazioni possono essere ricorrenti nelle separazioni, ogni famiglia è unica, così come lo sono i membri che la compongono e le relazioni tra di loro.

Dal momento che la separazione è un evento che mette in difficoltà tutti i membri della famiglia, chiedere un supporto anche nelle prime fasi, che sono le più difficili, può essere di grande aiuto, soprattutto nelle separazioni conflittuali. Il rischio è, infatti, che i coniugi mantengano comportamenti ostili o rivendicativi tra loro ed i figli mettano in atto comportamenti che esprimono il loro disagio.

Una consulenza psicologica può essere di aiuto al fine di cercare insieme alcune possibili soluzioni, un modo per poter stare meglio.
                                                                                                                                                                 

Silvia Sossi 

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Psicoterapia Sistemico – Relazionale

L’approcco sistemico-relazionale pone la sua attenzione su quanto avviene nell’ambito delle relazioni umane. L’interesse del terapeuta è posto, cioè, non su ciò che succede all’interno della mente, ma sulle relazioni che ogni individuo instaura con l’ambiente esterno e con gli altri.
I disturbi psicologici acquisiscono una funzione precisa, e quindi un significato, all’interno del sistema relazionale in cui emergono, e in particolare all’interno della famiglia, sistema di riferimento principale nell’esperienza emotiva di un individuo.
Quelle con i membri della nostra famiglia d’origine sono relazioni specifiche, uniche e necessarie per lo sviluppo di ognuno. L’identità individuale viene considerata come frutto delle relazioni significative che la persona ha intrattenuto nel corso della sua vita; pertanto, un eventuale problematica non viene letta e trattata come caratteristica insita nell’individuo, ma come esito di esperienze relazionali.

Per la terapia sistemica la patologia del singolo è espressione di un disagio dell’intero sistema familiare: il soggetto portatore del disturbo è il membro del sistema-famiglia che esprime, segnala e si fa carico del cattivo funzionamento del sistema, accentrando su di sé tutte le preoccupazioni.

Dal momento che la patologia è funzionale ai giochi del sistema, questo si opporrà, in modo mascherato, alla rimozione di tale disturbo patologico.
Il paziente, allora, non viene più considerato come “produttore di una certa sintomatologia”, ma diventa portatore di un sintomo creatosi all’interno di un sistema relazionale disfunzionale. Diventa la chiave d’accesso al sistema-famiglia. Il sintomo che porta è un segnale che qualcosa all’interno di quella famiglia, non sta funzionando.

Il concetto teorico-clinico di base consiste nel considerare il sistema familiare come un intreccio che collega tutti i membri, dando significato ai comportamenti di ognuno.

In questa ottica, le tecniche che si utilizzano hanno per obiettivo la modificazione di alcune regole del sistema, ovvero delle modalità di comunicazione e di interazione tra i membri che sembrano non funzionare.

 Specialmente in casi che riguardano i bambini o gli adolescenti (ambiti in cui la terapia familiare risulta un approccio particolarmente valido), si possono manifestare blocchi evolutivi che possono ridursi sino a scomparire completamente lavorando con le famiglie.

Il terapeuta lavora individualmente o coinvolgendo tutta la famiglia. La terapia viene articolata in modi diversi a seconda delle situazioni: le sedute individuali, familiari o alternate.

L’approccio sistemico viene utilizzato sia durante la psicoterapia individuale che di coppia o familiare. Nella terapia individuale, infatti, benché i familiari non siano presenti, vengono sempre tenute in considerazione e messe in risalto le relazioni.
La psicoterapia sistemico-relazionale è strutturata in modo da rispondere non solo all’ espressione di diverse patologie, ma anche alle diverse difficoltà che le persone affrontano durante il proprio ciclo di vita, attraverso la valorizzazione delle competenze personali e relazionali, l’attenzione alla storia, al contesto attuale e alle modalità di comunicazione interpersonale.                                                                                                                                           

D.ssa Silvia Sossi

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Psicoterapia con il bambino

Psicoterapia con il bambino

Molto spesso le famiglie arrivano in consultazione per un sintomo manifestato dal bambino, come paure, disturbi del comportamento, disturbi del sonno, difficoltà nel linguaggio, fobia scolare, tic, disordini alimentari, comportamenti violenti o ribelli, atti di prevaricazione sui propri compagni..

Tutti questi sintomi o comportamenti assumono significati diversi secondo il modo in cui vengono osservati.

Se questi fenomeni vengono letti come forma di disagio esclusivamente del bambino, allora saranno letti come comportamenti “malati” da analizzare e curare; se, al contrario, si considera la famiglia come un sistema attivo di cui il bambino fa parte e nel cui ambito un comportamento “diverso” può assumere un significato evolutivo, allora importante diventa capire che significato abbia per la famiglia in un determinato momento del suo ciclo vitale (Andolfi, 1990).

Gli psicoterapeuti di Psicoattivamente lavorano sempre con il bambino insieme alla sua famiglia in quanto dall’esperienza clinica emerge l’indubbia importanza del bambino nella vita di relazione della famiglia e di conseguenza il suo ruolo di primo piano nella terapia: per i suoi problemi, fisici e/o psicologici i genitori si motivano a chiedere aiuto; di fronte a crisi di coppia o  a separazioni coniugali difficili od ostili, il bambino diventa arbitro e interlocutore di straordinaria importanza. Inoltre, sempre più spesso si può osservare in quelle che oggi sono le nuove forme di famiglia, ad esempio nelle cosiddette famiglie ricostituite o in situazioni di adozione e affido, come intorno ai bambini ruotino le emozioni e i sentimenti dei grandi, i loro vuoti esistenziali e le loro speranze, talora persino l’evoluzione del rapporto d’intimità tra due partner adulti ha bisogno del “permesso” dei figli, spesso ancora in età infantile.

Pertanto, lavorando in un’ottica sistemica e familiare, il bambino in terapia ha un ruolo attivo ed importante ed è capace di partecipare alla costruzione di cambiamenti all’interno della famiglia.

Infatti il bambino in terapia familiare non è colui che viene portato dalla famiglia “per essere curato”, bensì è un soggetto attivo: è lui che, con il suo comportamento sintomatico, segnala un disagio e porta la famiglia dal terapeuta.

In questo modo viene a cambiare la natura stessa della relazione terapeutica, poiché se è il bambino che porta la famiglia, è anche lui che può dare le indicazioni e può permettere l’ingresso al suo mondo familiare. In questo senso viene ad assumere un ruolo da esperto perché può dire le cose come stanno realmente e, inoltre, può fornire un’occasione di incontro per rivedere posizioni emotive e assunti di base radicati nella famiglia in modo che i genitori non debbano sentirsi giudicati rispetto ai sintomi del figlio.Tali sintomi, infatti, vengono pian piano considerati dai genitori un incidente evolutivo che può avere una potenzialità, una vitalità enorme non solo per il bambino, ma attraverso di lui, per tutta la sua famiglia. Il passaggio dal senso di colpa dei genitori all’idea che qualche cosa è successo all’interno delle relazioni e si può lavorare insieme per cambiare, permette di accedere a nuove risorse.

Quando il bambino è presente all’incontro terapeutico, è possibile formare con lui un’alleanza terapeutica, richiedendo la sua assistenza e collaborazione per aiutare la famiglia. Questo modo di considerare e di lavorare con la famiglia tiene in considerazione il fatto che la situazione terapeutica in se stessa espone ed evidenzia la vulnerabilità e il profondo senso di inadeguatezza degli adulti; elogiare ed utilizzare le risorse del bambino significa complimentarsi implicitamente con i genitori per allevato un figlio competente e sensibile.

Ponendo il bambino al centro dell’attenzione lo si valorizza come persona competente.

Il terapeuta, non possiede ne può fornire soluzioni ai problemi, ma ha il compito di favorire il recupero delle risorse interne del sistema.

Si crea così un rapporto terapeutico che coinvolge entrambi in un processo di crescita comune e possibile cambiamento.

Silvia Sossi

 BIBLIOGRAFIA

  • Andolfi M., Angelo C. Tempo e mito nella psicoterapia familiare Bollati Boringhieri Ed., 1987;
  • Andolfi, M., Angelo, C., Menghi, P., Nicolò-Corigliano, A., M“La famiglia rigida, Feltrinelli 1989;
  • Andolfi, M. “Come   restituire l’infanzia ai bambini”, L’Infanzia negata  da      Terapia Familiare n. 46, 1994

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Gruppi di auto aiuto guidato

I gruppi di auto aiuto sono gruppi formati da persone che vivono lo stesso problema e che si trovano insieme per raggiungere un obiettivo comune cercando di  superare il disagio, attraverso il reciproco sostegno emotivo.

Confrontarsi con chi vive difficoltà simili alle proprie, riflettere insieme su quali siano le strategie più utili ad affrontare il problema permette ad ognuno di aiutare ed essere aiutato, in una reciprocità che si rafforza man mano che il gruppo diviene più unito.

I gruppi di auto aiuto guidato puntano l’attenzione non sulla difficoltà e sulle carenze ma sulle risorse ed i punti di forza di ognuno. L’auto aiuto si fonda, infatti, sull’azione partecipata delle persone che sebbene in difficoltà, nel gruppo si attivano ed aiutano, portando qualcosa di sé, della propria storia e della propria esperienza.  Le conoscenze e le competenze di ognuno sono utili agli altri per poter, a loro volta, attingerne.
La  forza e il successo dei gruppi di auto aiuto sta nella reciprocità di risorse che ogni partecipante racchiude in sé e condivide con gli altri.

Il fatto di vivere o di aver vissuto una situazione od una difficoltà simile,definisce l’appartenenza al gruppo. Ognuno è protagonista del cambiamento che vuole ottenere ed è la prima risorsa per sé e per il gruppo nella convinzione è che ogni persona non è solo portatrice di un problema ma, soprattutto, portatrice di risorse.

All’interno del gruppo è possibile esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni ed aumentare la capacità di riflettere sulle proprie modalità di comportamento e sui suoi effetti.

Attraverso il confronto con gli altri si può aumentare la propria capacità di affrontare i problemi e ciò influisce positivamente sull’autostima.

All’interno del Centro Relà ogni gruppo di auto aiuto è “guidato” da un professionista che crede nelle potenzialità e nelle risorse di ogni membro ed ha fiducia nelle loro potenzialità. Il suo ruolo è ascoltare e far in modo che le persone si ascoltino tra di loro in modo da promuovere l’empatia tra i partecipanti favorendo un clima di accettazione e non giudizio.

D.ssa Silvia Sossi

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