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Schizofrenia, la malattia mentale più complessa. Puntare su una diagnosi precoce

UN LAVORO di quattro anni su uno dei disturbi psicotici tra i più complessi e i meno compresi: la schizofrenia. È quello del CommonMind Consortium, un gruppo di ricerca composto da studiosi appartenenti a nove istituzioni di quattro paesi diversi, tra cui il Centro per la Biologia integrata (Cibio) di Trento. Obiettivo: decifrare i meccanismi molecolari della malattia e aprire nuove prospettive di cura. Ora, scrivono i ricercatori su Nature, abbiamo compiuto la prima tappa verso l’identificazione di alcuni geni che sembrano in grado di indurre, in sistemi modello, dei deficit simili a quelli trovati nei tessuti di pazienti schizofrenici.

La schizofrenia è una grave e cronica malattia del cervello caratterizzata da un tipico “scollamento dalla realtà”: il paziente ha difficoltà a distinguere tra esperienze reali e non reali, a pensare in modo logico, ad avere reazioni emotive adeguate al contesto sociale. Le sue cause non sono ancora del tutto chiare, e certamente concorrono diversi fattori, compresi quelli ambientali. Ma, come si vede, le ultime ricerche si stanno orientando verso la genetica. Un altro studio condotto da Mark Weiser, del dipartimento di Psichiatria dello Sheba Medical Center di Tel Aviv, mostra per esempio come chi ha un fratello o una sorella con schizofrenia presenti un rischio di dieci volte superiore alla media di sviluppare la stessa patologia. E sebbene non si possa parlare del “gene della schizofrenia”, all’inizio di quest’anno i ricercatori della Harvard Medical School avevano trovato una correlazione tra la presenza di una particolare variante del gene C4, connesso al sistema immunitario, e l’aumento del rischio di avere la malattia.

Nonostante gli sforzi della ricerca, però, la schizofrenia resta una delle malattie più debilitanti. E costosa in termini di salute pubblica: in Italia i circa 300 mila malati pesano ogni anno per 3,2 miliardi di euro. Si tratta soprattutto (il 60{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd}) di costi indiretti, relativi alla perdita di produttività dei pazienti e dei familiari. Tra i costi diretti, il trattamento farmacologico pesa per una minima parte (il 10 {c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd}), il resto si riferisce ai costi di ospedalizzazione e assistenza domiciliare. A gravare su pazienti e caregiver è anche la difficoltà di una diagnosi precoce. L’esordio della schizofrenia si colloca proprio in quell’età (12-18 anni per i maschi, e poco più per le femmine) nella quale i sintomi della malattia possono essere confusi con i segni di un’adolescenza difficile. (leggi tutto)

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Non c’è nessuna vergogna nell’aver bisogno di farmaci per gestire la propria malattia mentale

scritto da Caitlyn Kalustian

Ho un disturbo bipolare di tipo 1, la forma più grave di sindrome bipolare. Mi è stata diagnosticata quasi dieci anni fa. Mi ci sono voluti circa tre anni per iniziare a prendere i farmaci giusti. Durante quei tre anni, ho avuto ripetuti episodi di mania e depressione che hanno portato a tre ricoveri in ospedale. Ma dopo aver iniziato ad assumere il giusto cocktail di farmaci, mi sono stabilizzata. Quantomeno, ho raggiunto la stessa stabilità di chiunque sia affetto da un grave disturbo mentale. Nonostante i cinque farmaci che prendo per il mio disturbo dell’umore e per l’ansia, devo ancora fare i conti con i sintomi.

Sono un soggetto “ad alto funzionamento” che vive con una malattia mentale, ma questo non significa che io sia completamente asintomatica. Una delle cose contro cui combatto di più è il controllo degli impulsi. Il mio è pessimo. Quando voglio una cosa, la voglio subito. Ho reazioni impulsive e prendo decisioni senza rifletterci bene. Mi fisso così tanto su un’idea che non riesco a scacciarla finché non faccio qualcosa a riguardo.

A quanto pare, molte persone con cui ho parlato, affette da bipolarismo, vivono la stessa esperienza anche se seguono un buon trattamento. Io seguo meticolosamente la mia routine. Prendo le mie medicine ogni giorno, dormo abbastanza. Eppure, il mio disturbo dell’umore è lì, sotto i farmaci, la routine ed il riposo.

Mi ci è voluto molto tempo per capire che, sebbene il mio bipolarismo sia ben gestito, continua ad influenzarmi. Per un po’ ho dato l’impressione di credere che stessi andando così bene da essere “guarita”. Ma so che non c’è una cura per il disturbo bipolare. È una malattia che ti accompagna per tutta la vita, con episodi che ritornano nel corso degli anni. Sono davvero felice di essere rimasta stabile negli ultimi sei anni. Molti bipolari non sono così fortunati.

La maggior parte delle persone affette da malattie mentali lottano per anni, nel tentativo di ricevere la giusta diagnosi o cercando di ottenere un’appropriata assistenza psichiatrica. Provano cure dopo cure ma non funziona, oppure gli effetti collaterali sono così gravi che non possiamo più tollerare quel farmaco. 
Uno dei problemi maggiori delle persone affette da disturbo bipolare è che cadono nella stessa trappola in cui sono caduta io. Quando trovano la giusta cura, si sentono guarite. Credono sia finita, va tutto per il meglio quindi posso smettere di prendere farmaci. Non c’è niente di più lontano dalla verità. (leggi tutto)

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Cari maschi, impariamo a essere tristi

Gianluca Farfaneti

Nel famoso film “Un sacco bello” di Carlo Verdone c’è una scena nella quale il coatto Enzo, che deve andare in vacanza a Cracovia a rimorchiare,  rimane senza compagno di viaggio. A questo punto preso dallo sconforto e dalla preoccupazione di fare il viaggio da solo, inizia a chiamare alcuni amici per chiedergli di andare con lui. Il fatto è che (e questo rende il pezzo di Verdone irresistibile, nella sua tristezza di fondo) Enzo non ha nessun amico. Quindi inizia a chiamare persone conosciute una volta sola o in fila al distretto militare, fino a proporre la cosa al fratello tredicenne di un conoscente. A un certo punto del film, la telecamera si sofferma sulla rubrica di Enzo vuota di nomi e dove gli unici numeri sono quelli delle ferrovie , dello stadio olimpico e della sarta Adriana. Nessun amico. Luoghi, enti o contatti. Tanto che alla fine Verdone telefona ad un certo Martucci, numero preso a caso dall’elenco telefonico, e si accorda con una persona che si dimostrerà essere un signore anziano, del doppio degli anni del protagonista, e con cui partirà per la Polonia.

Il massimo della tristezza.

 Proviamo ad immaginare la stessa scena del film con protagonista una donna.

Probabilmente, il non avere più l’amica per il viaggio sarebbe stata risolta diversamente. Forse lei avrebbe più amiche del nostro Enzo, oppure reagirebbe con una maggior accettazione del dolore e della frustrazione attraverso una passeggiata, un bel film sul divano, un acquisto di qualcosa che ha sempre voluto o la lettura di un buon libro. Riuscirebbe a stare in quel dolore , rivivendolo in tante storie di donne e madri prima di lei.  Soffrirebbe eccome, ma senza inibire quella sensazione, ma anzi vivendola.

Perché il punto è proprio questo, cari maschi.

L’uomo rappresentato da Verdone non riesce a reggere quella frustrazione, deve fare qualcosa, pur rischiando di rendersi ridicolo, deve raggiungere la sua meta e non può rinunciarci per nessun motivo. Si nega l’emozione di quella delusione e inizia a fare, a reagire, a muoversi in qualsiasi direzione pur di acquietarsi.

Ho pensato a questa scena di un film comico e leggero, forse per una strana legge del contrappasso, nel leggere in questi giorni ancora notizie di femminicidi e di violenza alle donne. Donne che decidono di lasciare il proprio uomo, di separarsi, di abbandonarlo. E l’uomo apparentemente normale, adeguato, ben inserito nella società, stimato, apprezzato reagisce con una violenza etero e autodiretta, inaspettata e dirompente.

Si legge e si ascolta spesso dopo questi fatti che l’uomo non è capace di reggere la separazione, l’abbandono, si parla di possesso, di narcisismo patologico e di un  uomo che non accetta di perdere questo possesso.

E’ certamente così, anche se dovremmo chiederci il perché di questa difficoltà, di queste dimensioni mentali così rigide e tragiche e il perché tutto questo porta a scenari così drammatici.

Possiamo provare a evidenziare due aspetti, sotto questa punta dell’iceberg, del rifiuto dell’abbandono; due aspetti diversi  ma collegati.

Per prima cosa, dobbiamo dirci che i maschi non hanno un’educazione al dolore e alla sofferenza.

Quanti di noi hanno mai visto il proprio padre piangere, manifestare una sofferenza in modo esplicito? Esser disperato, esprimere in maniera aperta e spontanea il proprio dolore. (leggi tutto)

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Paura della paura: come sconfiggere le fobie che ci tengono prigionieri

Tanti non amano i serpenti o magari entrano in ascensore sempre con un filo di inquietudine. Paure normali che per alcuni diventano fobie paralizzanti se la sola idea di avere di fronte l’oggetto delle proprie ansie o trovarsi nella situazione che intimorisce manda in tilt. Le fobie specifiche sono innumerevoli, a volte bizzarre, in alcuni casi molto penalizzanti. Se chi ha il terrore dei serpenti può cercare (piuttosto facilmente) di evitarli, chi soffre di fobia sociale rischia un attacco di panico ogni volta che si trova fra gli altri e chi ha un’agorafobia si richiude in casa.

Chiedere aiuto

Sconfiggere le paure però è possibile, come sottolinea uno studio appena pubblicato sull’American Journal of Psychiatry secondo cui l’approccio più utile ed efficace deve tenere conto anche dei vissuti del paziente. Stando agli autori ansia e paure sono responsabili di processi “inconsapevoli” che portano a sintomi fisiologici e comportamentali (dalle somatizzazioni all’ansia anticipatoria, fino ai comportamenti di evitamento) da affrontare con terapie farmacologiche o psicoterapia, ma provocano anche emozioni “consapevoli” da combattere con approcci psicoterapici. «Fobie e ansia si possono curare, ma innanzitutto occorre una diagnosi precisa del disturbo e della sua gravità – spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria –. Quando il problema interferisce con la qualità di vita è il momento di chiedere aiuto». Nel mondo attuale non riuscire a stare in gruppo non è solo una forma estrema di riservatezza come si poteva credere in passato, ma un impedimento grave a una vita sociale normale; non poter prendere un aereo può pregiudicare possibilità di carriera. Prendere atto delle proprie paure e affrontarle diventa spesso indispensabile, ma come osserva Bernardo Carpiniello, docente di psichiatria all’Università di Cagliari: «Tuttora c’è chi scambia il disturbo d’ansia sociale per timidezza accentuata, pensando sia un tratto del carattere. Tanti si abituano a convivere con la paura, fino al 50 per cento dei pazienti arriva in ritardo alla diagnosi. Finché si tratta di una fobia specifica può essere relativamente facile scansare ciò che scatena il panico, ma nelle forme più complesse come la fobia sociale o l’agorafobia il disagio cambia l’esistenza, genera vissuti di inferiorità ed è invalidante». (leggi tutto)

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Paura della paura: come sconfiggere le fobie che ci tengono prigionieri

Tanti non amano i serpenti o magari entrano in ascensore sempre con un filo di inquietudine. Paure normali che per alcuni diventano fobie paralizzanti se la sola idea di avere di fronte l’oggetto delle proprie ansie o trovarsi nella situazione che intimorisce manda in tilt. Le fobie specifiche sono innumerevoli, a volte bizzarre, in alcuni casi molto penalizzanti. Se chi ha il terrore dei serpenti può cercare (piuttosto facilmente) di evitarli, chi soffre di fobia sociale rischia un attacco di panico ogni volta che si trova fra gli altri e chi ha un’agorafobia si richiude in casa.

 Chiedere aiuto

Sconfiggere le paure però è possibile, come sottolinea uno studio appena pubblicato sull’American Journal of Psychiatry secondo cui l’approccio più utile ed efficace deve tenere conto anche dei vissuti del paziente. Stando agli autori ansia e paure sono responsabili di processi “inconsapevoli” che portano a sintomi fisiologici e comportamentali (dalle somatizzazioni all’ansia anticipatoria, fino ai comportamenti di evitamento) da affrontare con terapie farmacologiche o psicoterapia, ma provocano anche emozioni “consapevoli” da combattere con approcci psicoterapici. «Fobie e ansia si possono curare, ma innanzitutto occorre una diagnosi precisa del disturbo e della sua gravità – spiega Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria –. Quando il problema interferisce con la qualità di vita è il momento di chiedere aiuto». Nel mondo attuale non riuscire a stare in gruppo non è solo una forma estrema di riservatezza come si poteva credere in passato, ma un impedimento grave a una vita sociale normale; non poter prendere un aereo può pregiudicare possibilità di carriera. Prendere atto delle proprie paure e affrontarle diventa spesso indispensabile, ma come osserva Bernardo Carpiniello, docente di psichiatria all’Università di Cagliari: «Tuttora c’è chi scambia il disturbo d’ansia sociale per timidezza accentuata, pensando sia un tratto del carattere. Tanti si abituano a convivere con la paura, fino al 50 per cento dei pazienti arriva in ritardo alla diagnosi. Finché si tratta di una fobia specifica può essere relativamente facile scansare ciò che scatena il panico, ma nelle forme più complesse come la fobia sociale o l’agorafobia il disagio cambia l’esistenza, genera vissuti di inferiorità ed è invalidante». (leggi tutto)

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Dislessia, interessa quasi due milioni di italiani e una diagnosi su sei arriva dalla scuola

Didattica personalizzata sulle capacità individuali, strumenti tecnologici ad hoc per l’apprendimento e diagnosi precoce sui banchi di scuola. Sono le sfide che l’Associazione italiana dislessia (Aid) affronta ormai da venti anni e su cui in questo weekend, il 24 e 25 settembre, ha fatto il punto della situazione, in occasione del XVI convegno nazionale a Modena “Dsa, le nuove sfide di Aid”, in vista della prima edizione della Settimana nazionale della Dislessia dal 4 al 10 ottobre.
 
Dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia sono disturbi neurobiologici, piccole atipie, non malattie che si manifestano nelle parti del cervello deputate alla lettura, al fare i calcoli e all’apprendimento dell’ortografia. E vanno sotto il nome di Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa). Le persone dislessiche in Italia sono 1.900.000, di cui 350mila interessano la scuola.  
 
“I Dsa si manifestano la prima volta in età scolare perché è la fase dell’apprendimento” spiega Giuseppe Aquino, psicologo e consigliere dell’Aid. “Già nel primo anno della scuola primaria compaiono i primi sintomi ma spesso possono essere confusi come una normale e soggettiva difficoltà nell’apprendere. È alla fine della seconda classe primaria che si può fare una diagnosi di Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) se le difficoltà permangono”.
 
Con la legge 170 del 2010 per la prima volta si tutelano gli alunni con Dsa, di cui deve farsi carico la struttura scolastica. Il 12 luglio 2011 sono stati pubblicati anche il decreto attuativo e le linee guida ad esso associate, che spiegano in forma chiara e dettagliata tutto ciò che gli Uffici Scolastici Regionali, le scuole e le famiglie devono attuare per la tutela e il supporto degli allievi con Dsa. Ai ragazzi dislessici, che manifestano i disturbi di Dsa, “in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma che possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana” è permesso di “fruire di appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione e negli studi universitari”. (leggi tutto)

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Dislessia, interessa quasi due milioni di italiani e una diagnosi su sei arriva dalla scuola

Didattica personalizzata sulle capacità individuali, strumenti tecnologici ad hoc per l’apprendimento e diagnosi precoce sui banchi di scuola. Sono le sfide che l’Associazione italiana dislessia (Aid) affronta ormai da venti anni e su cui in questo weekned, il 24 e 25 settembre, ha fatto il punto della situazione, in occasione del XVI convegno nazionale a Modena “Dsa, le nuove sfide di Aid”, in vista della prima edizione della Settimana nazionale della Dislessia dal 4 al 10 ottobre.
 
Dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia sono disturbi neurobiologici, piccole atipie, non malattie che si manifestano nelle parti del cervello deputate alla lettura, al fare i calcoli e all’apprendimento dell’ortografia. E vanno sotto il nome di Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa). Le persone dislessiche in Italia sono 1.900.000, di cui 350mila interessano la scuola.  
 
“I Dsa si manifestano la prima volta in età scolare perché è la fase dell’apprendimento” spiega Giuseppe Aquino, psicologo e consigliere dell’Aid. “Già nel primo anno della scuola primaria compaiono i primi sintomi ma spesso possono essere confusi come una normale e soggettiva difficoltà nell’apprendere. È alla fine della seconda classe primaria che si può fare una diagnosi di Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) se le difficoltà permangono”.
 
Con la legge 170 del 2010 per la prima volta si tutelano gli alunni con Dsa, di cui deve farsi carico la struttura scolastica. Il 12 luglio 2011 sono stati pubblicati anche il decreto attuativo e le linee guida ad esso associate, che spiegano in forma chiara e dettagliata tutto ciò che gli Uffici Scolastici Regionali, le scuole e le famiglie devono attuare per la tutela e il supporto degli allievi con Dsa. Ai ragazzi dislessici, che manifestano i disturbi di Dsa, “in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma che possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana” è permesso di “fruire di appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione e negli studi universitari”. (leggi tutto)

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Quando il cuore non piange, lo fa il corpo

Esiste una connessione tra le malattie e le emozioni. Le emozioni non sorgono dal nulla, bensì sono relazionate con il nostro modo di interpretare quello che ci succede; queste reazioni possono dare luogo a sintomi fisiologici. Così come le malattie fisiche influiscono sul nostro stato d’animo e ci provocano timore, paura o preoccupazione, molti problemi psicologici si riflettono sul nostro corpo.

Quando la relazione mente-corpo vede alterata la sua armonia a causa di emozioni spiacevoli, sentimenti negativi, scarsa autostima e situazioni stressanti, si presentano le malattie psicosomatiche. Quest’ultime sono considerate disturbi fisici la cui comparsa e il cui decorso possono essere relazionati con fattori psicologici. Parlando di sintomi psicosomatici, ci riferiamo ai disturbi fisici per i quali non è possibile realizzare una diagnosi medica.

“Tutte le nostre emozioni si iscrivono a livello corporeo”
-Boris Cyrulnik-

Proiezione delle emozioni sul corpo

Esistono diverse modalità di manifestazione per quanto riguarda i disturbi o le alterazioni fisiche correlate con fattori di natura psicologica:

 

  • Digestive: colon irritabile o sindrome dell’intestino irritabile. Sono vincolate all’ira, alla rabbia e all’aggressività.
  • Cardiache e del sistema cardiovascolare: relazionate con l’euforia, l’isteria, l’eccitamento, l’ipersensibilità ed il nervosismo.
  • Respiratorie: quando si è affetti da depressione, dinanzi al fattore sorpresa si resta senza fiato, l’emozione si soffoca e l’angoscia aumenta
  • Endocrine: il funzionamento delle ghiandole endocrine viene alterato da squilibri emotivi come l’ansia, il dubbio, lo scetticismo e la gelosia.
  • Genitourinarie: vincolate alla paura, alla mancanza di autostima, alla timidezza e alla disperazione.
  • Dermatologiche o cutanee: sono relazionate con le difficoltà di comunicazione quando si vuole imporre la propria parola, l’eccesso di autorità ed il controllo sugli altri.
“La questione non è quale malattia ha una persona, ma chi è la persona che ha la malattia”
-William Osler-

 

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Alzheimer, cause, sintomi, diagnosi e cure Quello che occorre sapere

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa. La malattia in Italia colpisce circa 600 mila persone e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l’assistenza, di cui il 73{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} è a carico delle famiglie. Le cause del morbo di Alzheimer sono ancora in gran parte sconosciute. Oggi non esistono farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenere i sintomi. Il 21 settembre si celebra la giornata mondiale contro l’Alzheimer: ecco quello che occorre sapere sulla malattia con la consulenza del professor Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione italiana di Psicogeriatria.

di Cristina Marrone

 

Che cosa è

La demenza si Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa, uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà per il paziente nel condurre normali attività quotidiane. Il morbo di Alzheimer ha spesso un esordio subdolo: le persone cominciano a dimenticare alcune cose fino al punto in cui arrivano a non riconoscere più nemmeno i familiari e hanno bisogno di aiuto anche nelle attività più semplici


I dati

I numeri dell’Alzheimer e delle demenze in generale sono davvero poco confortanti. Il continuo aumento della patologia è legato all’allungamento della vita a livello globale. La malattia colpisce circa il 5{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} delle persone con più di 60 anni. Si stima che a livello mondiale ci siano 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza (in Italia oltre un milione e 200 mila) e i numeri parlano di 10milioni di nuovi soggetti interessati ogni anno: uno ogni tre secondi. Le cifre sono destinate quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino a raggiungere 74,7 milioni nel 2030 e 131 milioni nel 2050. Il costo globale della demenza è destinato a raggiungere i 1000 miliardi di dollari nel 2018 e il 58{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} di persone con demenza vive attualmente in Paesi con reddito medio basso (fonte: World Alzheimer Report 2015). Per quanto riguarda invece solo la malattia di Alzheimer, secondo gli ultimi dati Censis 2016, gli italiani che soffrono di questo tipo di demenza sono sempre di più: 600 mila rispetto ai 520 mila del 2006. E a crescere è anche l’età media, pari oggi 78,8 anni rispetto ai 77,8 anni del 2006. (leggi tutto)

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La vergogna: perché le donne ne sono sopraffatte

CLAUDIA CARUCCI

 

 In un primo tempo avrà cercato di aiutarsi da sola, facendosi mille discorsi. Poi si sarà aggrappata agli affetti, per tentare di uscire da quell’incubo. Nulla ha funzionato. Perseguitata da quella che viveva come un’onta insopportabile, ancheTiziana Cantone, come molte altre donne prima di lei, ha scelto di spezzare la sua vita, a 31 anni, impiccandosi nella cantina della casa dove era andata a vivere con la madre a Mugnano, in provincia di Napoli.  

LA VERGOGNA  

L’ennesima tragedia provocata da un malessere forte, indomabile, travolgente e spesso onnipotente: la vergogna. Classificare questo disagio non è semplice. È un sentimento che alberga nell’animo umano e salta fuori quando sollecitato da qualche stimolo esterno? È una sensazione passeggera, vaga ma potenzialmente dirompente se alimentata e supportata da qualcosa o qualcuno che ci sta intorno? È un concetto assoluto ed oggettivo, oppure una condizione del tutto relativa, modulata da influssi imprevedibili?  

PERCHE’ LA PROVANO SOPRATTUTTO LE DONNE  

Un fatto è certo. Quando è la vergogna a determinare gesti estremi, soprattutto se legati alla sessualità, le vittime sono quasi sempre donne. Difficile immaginare un uomo che si toglie la vita per aver visto messe alla berlina le sue performance erotiche. Evidentemente c’è una differenza di genere anche nella percezione del disagio e a determinarne la potenza d’impatto non è la presunta fragilità emotiva delle femmine rispetto ai maschi, ma qualcosa di ben più complesso.  

 LA SPIEGAZIONE DELLO PSICHIATRA  

«In un evento come il suicidio collegato al timore del giudizio da parte della società – spiega Emilio Sacchetti, professore di Psichiatria presso l’Università di Brescia e presidente della Società Italiana per i Disturbi Bipolari – un grosso peso viene dall’impostazione culturale del Paese in cui si vive. In Italia la parità fra i sessi non esiste ancora, nonostante si facciano tanti discorsi per farla credere reale. I suicidi delle donne che avvertono il senso della vergogna, ma anche i femminicidi, sono collegabili ad una cultura ancora retrograda e giudicante nei confronti del cosiddetto “gentil sesso”. Il corto circuito che fa scatenare la reazione spropositata ed estrema di una persona vittima di una pubblica derisione, è l’insostenibilità dello “stigma”. E questo è inflitto soltanto alle femmine, per il maschio non esiste. Pensiamo a quello che veniva chiamato il “delitto d’onore”. Soltanto pochi decenni fa il tradimento della moglie era considerato un’attenuante per quei mariti che assassinavano le consorti infedeli. La stessa cosa non valeva all’inverso. La nostra cultura si trascina dietro molti retaggi e siamo ancora distanti dal liberarcene». (leggi tutto)