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Caregiver: anche chi assiste può ammalarsi

Persone affette da disabilità, malati gravi e meno gravi o semplicemente chiunque abbia bisogno di sostegno e assistenza, per motivi di diversa natura e più generalmente per diminuzione o perdita di autonomia. Tutte queste categorie, in misura sempre crescente, hanno a che fare quotidianamente con i caregiver. Il termine di matrice anglosassone è ormai entrato ampiamente nell’uso comune e va a designare una figura per certi versi controversa, visto che i diritti attualmente sono tutelati in diversi paesi europei, come Francia, Spagna, Gran Bretagna e Grecia, ma non in Italia.     

Premettiamo innanzitutto che bisogna fare una distinzione tra caregiver formali (o professionali), ovvero gli operatori che sono regolarmente retribuiti per prestare assistenza, e i caregiver informali ovvero familiari e amici (6 su 10 sono donne) che dedicano al bisognoso di cure tempo e assistenza, a titolo gratuito.         
Gli ultimi dati Inps a nostra disposizione parlano ad oggi di un aumento del 46{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} rispetto al 2010 circa le richieste di congedo per l’accudimento di familiari sulla base della legge 104. Questo scenario apre un dibattito importante alla luce delle problematiche che, con andamento esponenziale, coinvolgono i caregiver, siano essi familiari o meno.

Il caregiver si muove tra stress e resilienza, nella difficilissima arte dell’aver cura e recando con sé un carico emotivo e fisico assolutamente non trascurabile. Non è un caso che contestualmente al suo operato si parli di “burden caregiver” che suona pressappoco come “il peso dell’assistenza”, un disagio profondo che coinvolge corpo e psiche, relegando il soggetto ad uno stato di ansia e depressione. Il caregiver dovrebbe a tal proposito ricevere egli stesso assistenza ed essere educato a gestire tutto ciò che comporta il proprio lavoro senza venirne travolto, con conseguenze spesso serie. 
           
L’assistenza meramente fisica si fonde con il supporto psicologico che deve farsi costantemente forte della capacità di infondere ottimismo e speranza. Questo significa che il caregiving si estrinseca non solo nella cura quotidiana dell’assistito (dai trasporti alle faccende domestiche alla gestione delle terapie) ma anche in un ausilio che possa garantire al malato: le opportune relazioni sociali, capacità di fare valutazioni, e a volte scelte, sulle cure e un certo grado di attività, fisica e mentale. (leggi tutto)

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