Cari maschi, impariamo a essere tristi

Cari maschi, impariamo a essere tristi

Gianluca Farfaneti

Nel famoso film “Un sacco bello” di Carlo Verdone c’è una scena nella quale il coatto Enzo, che deve andare in vacanza a Cracovia a rimorchiare,  rimane senza compagno di viaggio. A questo punto preso dallo sconforto e dalla preoccupazione di fare il viaggio da solo, inizia a chiamare alcuni amici per chiedergli di andare con lui. Il fatto è che (e questo rende il pezzo di Verdone irresistibile, nella sua tristezza di fondo) Enzo non ha nessun amico. Quindi inizia a chiamare persone conosciute una volta sola o in fila al distretto militare, fino a proporre la cosa al fratello tredicenne di un conoscente. A un certo punto del film, la telecamera si sofferma sulla rubrica di Enzo vuota di nomi e dove gli unici numeri sono quelli delle ferrovie , dello stadio olimpico e della sarta Adriana. Nessun amico. Luoghi, enti o contatti. Tanto che alla fine Verdone telefona ad un certo Martucci, numero preso a caso dall’elenco telefonico, e si accorda con una persona che si dimostrerà essere un signore anziano, del doppio degli anni del protagonista, e con cui partirà per la Polonia.

Il massimo della tristezza.

 Proviamo ad immaginare la stessa scena del film con protagonista una donna.

Probabilmente, il non avere più l’amica per il viaggio sarebbe stata risolta diversamente. Forse lei avrebbe più amiche del nostro Enzo, oppure reagirebbe con una maggior accettazione del dolore e della frustrazione attraverso una passeggiata, un bel film sul divano, un acquisto di qualcosa che ha sempre voluto o la lettura di un buon libro. Riuscirebbe a stare in quel dolore , rivivendolo in tante storie di donne e madri prima di lei.  Soffrirebbe eccome, ma senza inibire quella sensazione, ma anzi vivendola.

Perché il punto è proprio questo, cari maschi.

L’uomo rappresentato da Verdone non riesce a reggere quella frustrazione, deve fare qualcosa, pur rischiando di rendersi ridicolo, deve raggiungere la sua meta e non può rinunciarci per nessun motivo. Si nega l’emozione di quella delusione e inizia a fare, a reagire, a muoversi in qualsiasi direzione pur di acquietarsi.

Ho pensato a questa scena di un film comico e leggero, forse per una strana legge del contrappasso, nel leggere in questi giorni ancora notizie di femminicidi e di violenza alle donne. Donne che decidono di lasciare il proprio uomo, di separarsi, di abbandonarlo. E l’uomo apparentemente normale, adeguato, ben inserito nella società, stimato, apprezzato reagisce con una violenza etero e autodiretta, inaspettata e dirompente.

Si legge e si ascolta spesso dopo questi fatti che l’uomo non è capace di reggere la separazione, l’abbandono, si parla di possesso, di narcisismo patologico e di un  uomo che non accetta di perdere questo possesso.

E’ certamente così, anche se dovremmo chiederci il perché di questa difficoltà, di queste dimensioni mentali così rigide e tragiche e il perché tutto questo porta a scenari così drammatici.

Possiamo provare a evidenziare due aspetti, sotto questa punta dell’iceberg, del rifiuto dell’abbandono; due aspetti diversi  ma collegati.

Per prima cosa, dobbiamo dirci che i maschi non hanno un’educazione al dolore e alla sofferenza.

Quanti di noi hanno mai visto il proprio padre piangere, manifestare una sofferenza in modo esplicito? Esser disperato, esprimere in maniera aperta e spontanea il proprio dolore. (leggi tutto)

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