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Italiani e smartphone: come sconfiggere la dipendenza

Sono più di 7 su 10 gli italiani ossessionati dallo smartphone che potrebbero ricevere una diagnosi di ‘sindrome da hand-phone’, una sorta di dipendenza che impedirebbe di staccare gli occhi dallo schermo del proprio cellulare. Ad avvertire gli abitanti dello Stivale sono gli ideatori della campagna ‘Coppa Libera Tutti’, ideata proprio per liberare gli italiani dall’ossessione per lo smartphone e aiutarli a ritornare a vivere il piacere della condivisione nel mondo reale. Un’indagine condotta mediante Web Opinion Analysis proprio all’interno di questa iniziativa – lanciata qualche tempo fa grazie alla serie web avente come protagonista il biker e youtuber Claudio Di Biagio – ha infatti svelato che il 72{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} degli italiani vive praticamente con lo smartphone in mano.

 I dati diffusi sono quantomeno preoccupanti. Sembra infatti che il 19{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} degli italiani utilizzi lo smartphone per circa 6 ore al giorno, ma che tra i più giovani questa percentuale salga addirittura al 42{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd}. Nel 21{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} dei casi lo smartphone sarebbe invece utilizzato per 4 ore al giorno, e un altro 41{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} di italiani si limiterebbe a 2 ore. Solo un altro 19{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} lo utilizzerebbe meno di un’ora al giorno. Nel 78{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} lo smartphone sarebbe utilizzato soprattutto sui mezzi pubblici, nel 69{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} sul luogo di lavoro e nel 41{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} in vacanza, e la dipendenza sarebbe più diffusa fra le donne (58{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd}) e nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni (67{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd}). (leggi tutto)

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Venti consigli per tornare a scuola senza stress

Quello che inizia domani è l’ultimo fine settimana libero prima dell’inizio delle scuole. Per i bambini, gli adolescenti e anche i genitori è un passaggio importante, carico di aspettative, impegni e anche ansia. Come quella generata dal timore di non aver finito i compiti per le vacanze oppure dall’incognita di dover incontrare nuovi compagni di classe per chi si trova a dover iniziare la prima elementare o la prima media. Tre esperti, una psicoterapeuta, una nutrizionista e un ortopedico, suggeriscono le regole per riprendere al meglio le attività di studio riscoprendo anche il lato bello della scuola che non va considerata una prigione che impedisce di vivere momenti di spensieratezza. Suggerimenti anche sull’alimentazione che può aiutare la concentrazione e su come portare i libri di scuola perché – dicono gli esperti – non c’è da allarmarsi per il peso degli zaini se li si porta nel modo giusto. (leggi tutto)

di IRMA D’ARIA

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I risultati scolastici non definiscono i nostri figli

La società alimenta da tempo l’iperpaternità, in altre parole, l’ossessione che hanno i genitori affinché i figli raggiungano competenze scolastiche specifiche che garantiscano loro un futuro professionale. Forse abbiamo dimenticato, come società e come educatori, che non sono i voti scolastici a definire i nostri bambini.

Dare la priorità ai risultati scolastici ci spinge a dimenticare le abilità importanti per la vita. I nostrifigli sono persone che valgono non in base ai loro successi o fallimenti, ma proprio in qualità di persone, uniche per natura.

Noi adulti siamo responsabili di dare ai nostri figli le risorse emotive e sociali che permettano loro di vivere in un ambiente sano, sia in famiglia sia nella società.

 

È più facile crescere figli forti che guarire adulti “spezzati”

In questo senso, per garantire il benessere dei figli, è necessario rafforzarli psicologicamente in modo che possano affrontare le difficoltà emotive e personali che incontreranno nella loro vita quotidiana.

 In fin dei conti, la vita non è fatta solo di favole e racconti, ed è un aspetto da tenere ben presente quando si parla dell’educazione dei figli. Solo così potremmo dare loro le capacità di minimizzare il malessere e prevenire i problemi psicologici che derivano dalle difficoltà stesse della vita.

In questo modo, cresceranno sani e riusciranno a sviluppare una personalità equilibrata basata sulbenessere e sulla buona qualità di vita. Alla base di questa buona educazione vi sono 3 elementi fondamentali:

  • L’equilibrio emotivo
  • Sani rapporti interpersonali
  • La crescita personale e professionale.

L’infanzia è una tappa cruciale perché i bambini acquisiscano e rafforzino le competenze psicologiche che consentano loro di sviluppare questi tre pilastri del benessere. Tuttavia, come abbiamo detto, la società dà la priorità allo sviluppo delle competenze scolastiche e dimentica che bisogna aiutare i bambini a pensare, a sentire e ad agire in maniera positiva e produttiva. (leggi tutto)

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Terremoto: la paura aumenta del 15{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} il rischio cardiovascolare

 

A lanciare l’allarme sono 35mila cardiologi provenienti da 140 Paesi riuniti dal 27 al 31 agosto a Roma per il Congresso della European Society of Cardiology. 

Gli effetti della paura. Oltre alle morti, ai feriti e alla perdita della casa e dei propri beni, i disastri ambientali come i terremoti che periodicamente interessano l’Italia hanno anche effetti sulla salute sia a breve che a lungo termine che vengono poco considerati: “Si tratta di un fenomeno che si verifica anche in soggetti precedentemente sani” avverte Leonardo Bolognese, Direttore Cardiologia ospedale di Arezzo e Local Press Coordinator di Esc 2016 “se è immediata la correlazione con sintomi psichici come ansia, depressione e disturbi post-traumatici, attacchi di panico, insonnia, cefalea é intuitiva: uno studio della Cornell University ha evidenziato alterazioni delle aree cerebrali deputate alla paura nelle vittime rispetto ai soggetti non esposti”.

Ecco perché, secondo gli esperti, è fondamentale curare le ferite fisiche ma anche gli aspetti psicologici, in un vero percorso di recupero che scongiuri il rischio di sviluppare stati di stress cronico che è noto avere effetti sulla salute cardiaca. 

Il sistema di allarme del cuore. Ma cosa succede esattamente al cuore quando si ha paura o addirittura terrore come quando si vive un terremoto? Il primo effetto dello stress è l’attivazione di un ‘sistema di allarme’ che se rimane sempre acceso ha come conseguenza la secrezione di alcuni ormoni (adrenalina, noradrenalina, e glucocorticoidi) e l’aumento della pressione sanguigna e del battito cardiaco.  

Se questo stato prosegue per troppo tempo porta ad un inevitabile affaticamento del cuore e dei vasi. Successivamente i vasi tendono ad ispessirsi per resistere al continuo flusso ad alta velocità del sangue. Così il cuore si ‘stanca’ producendo un ispessimento delle pareti del ventricolo sinistro (uno dei più comuni ed importante marker clinici).

Ma lo stress innesca anche una produzione eccessiva di globuli bianchi che ‘intasano’ i vasi sanguigni. “Un meccanismo complesso a cui si deve rispondere con una politica di assistenza psicologico-sociale alle popolazioni colpite dal sisma per non rischiare tra 5-10 anni di assistere ad un picco epidemiologico che potrebbe interessare il 15{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} della popolazione privi di una storia di malattie cardiovascolari anche in pazienti altrimenti sani” aggiunge Michele Gulizia, Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania e Local Press Coordinator del Congresso. (leggi tutto)

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L’importanza dei romanzi per l’empatia e lo sviluppo sociale

La finzione narrativa – soprattutto quella letteraria, ma anche quella cinematografica – stimola l’empatia e lo sviluppo umano: esplorando la vita interiore dei personaggi, i lettori possono formarsi idee su emozioni, motivazioni e idee degli altri, ben al di là di quanto è scritto sulla pagina o rappresentato sullo schermo. E’ questa la conclusione a cui è giunto Keith Oatley, dell’Università di Toronto in un articolo pubblicato su “Trends in Cognitive Sciences” in cui fa il punto sui risultati di una serie di recenti studi sui rapporti fra narrazione e stato mentale.

L’idea che fra immaginazione narrativa, sviluppo di una “teoria della mente” (la capacità di attribuire anche agli altri degli stati mentali e di comprenderli) ed empatia ci fosse uno stretto legame non è nuova per la psicologia, tuttavia a lungo la sua validità è stata affidata a esemplificazioni aneddotiche. La situazione è cambiata con lo sviluppo delle tecniche di imaging cerebrale che, fornendo un punto di riferimento obiettivo, ha stimolato stimolato ricerche più sistematiche sia di tipo neuroscientifoco che più classicamente psicologico.

Una scena de Il gattopardo di Luchino Visconti, dal romanzo omonimo di Tomasi di Lampedusa.  (Pubblico dominio)Uno studio diretto dallo stesso Oatley, per esempio, ha appurato che mostrando a un gruppo di soggetti 36 fotografie di occhi e chiedendo di scegliere fra quattro termini quello che indicava ciò che stavano pensando o provando (un classico test per la valutazione dell’empatia), i  soggetti che avevano precedentemente letto un testo di narrativa ottenevano punteggio più elevati di quelli a cui era stato fatto leggere un testo non narrativo. E lo stesso avveniva, sia pure in misura meno marcata, se l’esperimento era condotto con filmati di fiction o no.(leggi tutto)

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NARRATIVE EXPOSITION TERAPY: RACCONTARE FA BENE

Narrare fa bene alla salute psichica e secondo un manuale denominato NET (narrative exposition terapy)  di Schauer, Neuer, Elbert, la narrazione comporta attraverso un processo più o meno lungo la cura di un trauma passato. Insomma, tacere su qualcosa di brutto, di negativo, su un trauma, appunto, sembra essere deleterio per la nostra salute mentale. A quanto pare, non aprire la propria mente alla narrazione di una storia traumatica, può causare disturbi psichici e addirittura può influire sulla salute fisica.

I disturbi soliti post-trauma sono depressione maggiore, abuso di alcool, fobie specifiche, disturbi della condotta. I danni alla salute fisica sono: maggiore incidenza di malattie autoimmuni, sindrome da dolore cronico, infezioni croniche. E qui sovviene l’utilità del NET, proposto ai volontari e a tutti coloro che si occupano del dramma dei migranti, fascia della popolazione che porta con se storie e traumi nefasti tutti da curare e “narrare” per l’appunto. L’ obiettivo della NET è quello di raggiungere un doppio risultato clinico, ossia ridurre i sintomi del trauma e condurre la persona in crisi a una ricostruzione coerente della propria storia di vita.

La NET consiste nella narrazione ripetuta degli eventi traumatici, sin nel minimo dettaglio. Laripetizione della storia aiuta il paziente a perdere la reazione emotiva al trauma, tanto da allontanarne i sintomi negativi. Quindi, stare in silenzio, cosa innaturale per noi esseri umani, non fa parte dei nostri istinti. Per di più, si può dire che la comunicazione, il narrare, faccia parte delle nostre inclinazioni naturali.

Per spiegare meglio come la narrazione sia nella nostra indole e quanto sia stata importante nel corso della nostra storia evolutiva, ci viene in aiuto il libro Narrare di Gottschall. L’autore afferma che sin da quando siamo bambini, nel gioco quotidiano della finzione, esprimiamo un bisogno pari a quello del cibo e del sonno: il narrare. Ma alcuni studi tendono ad affermare che la narrazione non sia importante sotto l’aspetto dell’evoluzione biologica, poiché è limitata al solo passaggio di un messaggio. Il dato positivo, per il quale bisogna dare la giusta considerazione a questo aspetto del nostro carattere, è che in realtà la narrazione costituisce un punto in comune tra culture e popoli, tramandatosi nei secoli. Quindi i racconti sono un aspetto fondante della nostra natura. Ed avremmo sicuramente perso questa qualità comunicativa se non fosse stata precipua nella nostra evoluzione sociale. (leggi tutto)

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Dipendenza dal lavoro fa male, aumenta l’ansia e la pressione

“CHI NON LAVORA non fa l’amore”  cantava Adriano Celentano negli anni ’70. Ma chi dedica troppo tempo ed energie alla propria professione rischia di ammalarsi. Il rischio è quello di sviluppare una vera e propria ossessione per il lavoro e a lungo andare mostrare sintomi di malessere affettivo, irritabilità, ansia, depressione e anche un’elevata pressione sanguigna. Lo studio su questo fenomeno, chiamato ‘Workaholism’, è stato condotto da Cristian Balducci, professore associato di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna, in collaborazione con Lorenzo Avanzi, ricercatore in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, e Franco Fraccaroli, professore ordinario nella stessa disciplina all’Università di Trento.

Lo studio. La ricerca recentemente pubblicata sul “Journal of Management”, “The Individual Costs of Workaholism: An Analysis Based on Multisource and Prospective Data”, ha messo in evidenza una serie di elementi psicofisici negativi dati dall’incapacità di staccare dal lavoro, fenomeno frequente tra le persone sempre più esposte a carichi e ritmi elevati e al limite della gestibilità.

Workaholism. La dipendenza da lavoro fu identificata per la prima volta nel 1968 dallo psicologo americano Wayne Oates che coniò la parola ‘Workaholism’ nel saggio Confessions of a workhaolic nella quale raccontava la sua personale esperienza. Una dedizione alla professione, simile a quella per l’alcol, che spinse Oates a unire le due parole work e alcoholic. L’ossessione per il lavoro porta a trascurare tutto: la famiglia, gli amici e la salute.

Come una droga. Il ‘workaholism’ è una forma negativa di forte investimento nel lavoro, in cui la persona lavora eccessivamente, spesso ben oltre quanto richiesto dall’organizzazione, ma sviluppa una vera e propria ossessione per l’attività lavorativa, non riuscendo a staccare e provando un forte disagio quando si allontana dall’ufficio. Queste persone sono ‘drogate’ dalla professione e sviluppano una vera e propria dipendenza. Le conseguenze di questo fenomeno sono state documentate dai ricercatori italiani non solo a livello psicologico (sintomi di malessere affettivo, irritabilità, ansia e depressione), ma anche a livello fisiologico (elevata pressione sanguigna). (leggi tutto)

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Come cambia la vita dopo la morte dei genitori

Dopo la morte dei propri genitori, la vita cambia molto, anzi moltissimo. Affrontare la condizione di orfani, persino per una persona adulta, è un’esperienza terrificante. Nel profondo di tutti noi continua a vivere quel bambino che può sempre fare affidamento sulla propria mamma o sul proprio papà per sentirsi protetto. Tuttavia, quando se ne vanno, questa opzione scompare per sempre.

Non possiamo più vederli, non solo per una settimana, né per un mese, bensì per il resto della nostra vita. I genitori sono le persone che ci mettono al mondo e con le quali condividiamo gli aspetti più intimi e fragili della nostra vita. Ad un certo punto non ci sono più quegli individui che, in un certo modo, ci hanno fatto diventare chi siamo.

“Quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo piccolo pugno, lo ha catturato per sempre”.
-Gabriel García Márquez-

 La morte: c’è un grande abisso tra parlarne e viverla…

Non siamo mai pronti del tutto ad affrontare la morte, soprattutto se si tratta della morte di uno dei nostri genitori. Si tratta di una grande avversità che difficilmente riusciamo a superare del tutto. Di solito il massimo che riusciamo a ottenere è accettarla e conviverci. Per superarla, almeno in teoria, dovremmo essere in grado di capirla, ma la morte è, in senso stretto, del tutto incomprensibile. È uno dei grandi misteri della nostra esistenza, forse il più grande di tutti.

Ovviamente il modo di accettare una perdita è strettamente relazionato a come è avvenuta. Una morte per le cosiddette “cause naturali” è dolorosa, ma lo è ancora di più per un incidente o un omicidio. Se la morte è preceduta da una lunga malattia, la situazione è molto diversa rispetto a un decesso improvviso.

Anche la quantità di tempo trascorsa tra la morte di uno e dell’altro genitore ha il suo peso: se è trascorso poco tempo, il dolore è più difficile da affrontare. Se, invece, il lasso di tempo è maggiore, forse si è un po’ più pronti ad accettarlo. (leggi tutto)

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Giocare è davvero un bisogno primario, come mangiare

di Danilo Diodoro

Giocare è fondamentale per lo sviluppo psicosociale dei giovani mammiferi, esseri umani compresi. È un’abilità sostenuta da un complesso meccanismo neurobiologico. Ad esempio, mentre si gioca, specie se in compagnia, c’è un incremento nella produzione di ossitocina, un ormone che aumenta socialità ed empatia. Il gioco sa anche distrarre dai propri pensieri.

 Contro lo stress e il dolore

Secondo Anne Stewart e collaboratori, della James Madison University di Seattle, è quello che accade anche quando ci si lascia ingannare dai prestigiatori, che sanno creare un’atmosfera giocosa e deviare l’attenzione degli spettatori. Qualcosa di simile, afferma la ricercatrice americana, fanno gli psicoterapeuti della play therapy (terapia del gioco), utilizzata soprattutto con i bambini, sia a scopo diagnostico, sia terapeutico. Del resto far giocare bambini sottoposti a un intervento chirurgico riduce il dolore. Lo dimostra uno studio, pubblicato sulla rivista Pain Management Nursing, dalla dottoressa Ana Ullàn dell’Università di Salamanca, in Spagna, durante il quale è stato misurato il dolore in due gruppi di bambini operati, uno coinvolto in un programma di gioco, l’altro lasciato alle normali cure. In tre diverse misurazioni, il livello di dolore percepito dai bambini entrati nel programma di gioco risultava inferiore a quello del gruppo di controllo.

 
iLa finzione allena

Una forma di gioco molto importante dal punto di vista psicologico è il gioco di finzione, quello del “facciamo finta che…” per il coinvolgimento che comporta delle strutture cognitive, e perché rompe i confini esistenti di norma tra immaginazione e realtà. Quando il gioco comporta la trasformazione di uno stecco in una spada, il bambino mette in mostra abilità simboliche. (leggi tutto)

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Psoriasi, lo stress: da elemento di rischio a fattore scatenante

Le cause della psoriasi non sono ancora chiaramente conosciute e comprendono una serie di fattori (genetici, immunitari e ambientali) che hanno un ruolo nel suo sviluppo, oltre a degli “eventi scatenanti” di vario genere. Certo è che, insieme alla predisposizione genetica, anche i disordini psichici e mentali e lo stress risultano giocare un ruolo centrale. D’altra parte la malattia porta un carico di sofferenza fisica, psicologica, sociale ed economica, i cui effetti, protratti nel tempo, ostacolano il paziente nel vivere una vita piena. È questo il quadro che emerge da un simposio dedicato a questa patologia cutanea, organizzato nell’ambito del congresso della Società Italiana di Dermatologia medica (SIDeMaST), tenutosi recentemente a Genova. «La psoriasi è una malattia che può essere molto dolorosa e difficile da trattare, che ha un impatto significativo sulla vita di una persona – sottolinea Aurora Parodi, direttore della Clinica dermatologica all’Ospedale San Martino di Genova e presidente dei lavori -. È quindi importante non solo curarla, ma interagire con il paziente affinché possa viverla al meglio, innalzando le proprie aspettative di qualità di vita». (leggi tutto)