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Il potere terapeutico del bacio, regala benessere e rinforza il sistema immunitario

NON SOLO simbolo dell’amore romantico e gesto appassionato. Il bacio – di cui oggi si celebra la Giornata mondiale – ha un certo effetto terapeutico che lo rende ancora più prezioso. Per esempio, per alleviare un mal di testa o il dolore alla schiena. Un recente studio pubblicato sulla rivista Current Pharmaceutical Design ha dimostrato che l’ossitocina rilasciata quando si bacia e si abbraccia qualcuno, può alleviare il dolore perché ha delle proprietà analgesiche e anche la capacità di diminuire ansia e depressione molto frequenti in chi soffre di dolore cronico. Ma i benefici che un bacio può avere sul nostro benessere generale sono tanti.

Rinforza il sistema immunitario. In dieci secondi di bacio si scambiano 80 milioni di batteri, anche nocivi quando chi si bacia è colpito da una malattia. Tra questi sicuramente lo steptococco o il virus Epstein-Barr, il virus che trasmette la famosa “malattia del bacio”, la mononucleosi. Eppure anche questo scambio di batteri può essere benefico: “La saliva contiene una parte del microbiota, cioè la nostra riserva interna di batteri buoni per cui lo scambio batterico che avviene quando ci si bacia stimola il sistema immunologico facendo aumentare gli anticorpi” spiega Andrea Lenzi, presidente della Società Italiana di Endocrinologia (Sie). 

Baci non solo romanticismo, ma fonte di benessere

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Depressione: temuta da un italiano su tre, è la malattia che spaventa di più dopo il cancro

E’ UNA MALATTIA nascosta. A volte ignorata. Temuta. La depressione è difficile da diagnosticare anche perché in un gran numero di casi i pazienti sono i primi a rifiutare la loro condizione. Spesso trascorrono mesi tra comparsa dei primi sintomi e la decisione di rivolgersi a un medico. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) entro il 2030 sarà la malattia cronica più diffusa. Un’emergenza sulla quale fa il punto il Libro Bianco sulla depressione realizzato da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna), appena presentato alla Camera dei deputati insieme a un’indagine sulla patologia.

Casi che aumentano complice la crisi economica e i cambiamenti di ruoli all’interno della famiglia. “Sono quasi 4.500.000 le persone depresse in Italia e le donne, rispetto agli uomini, ne sono coinvolte in una proporzione di 2:1 sia come pazienti sia come caregiver. A ciò si aggiunge il profondo cambiamento del ruolo multitasking femminile come, ad esempio, l’aumento della quantità di lavoro, i maggiori carichi di responsabilità associati a ruoli professionali, l’acquisizione di abitudini di vita scorrette. Questo accentua ancor più lo stress fisico e psico-emotivo, considerato dalla maggioranza delle donne, il 57{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} secondo la nostra indagine, una delle principali cause della depressione”, spiega Francesca Merzagora, presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna.

L’indagine. I risultati dell’indagine condotta da Onda su un campione di 1.004 persone (503 donne e 501 uomini) fotografano tutti gli aspetti della malattia: sociali, epidemiologi, clinico-diagnostici, terapeutici assistenziali ed economici. Dall’analisi emerge che la depressione maggiore è un disturbo psichiatrico molto temuto, diffuso e in crescita nella popolazione, rappresentando uno dei principali problemi di salute pubblica mondiale con un costo totale pari a 800 miliardi di dollari e con circa il 56{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} dei pazienti che non ricevono un trattamento adeguato, in Italia una persona con la malattia su tre secondo l’Oms. (leggi tutto)

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Violenza in tv, attenzione alla Sindrome da Gomorra

La violenza digitale – quella cui si è esposti attraverso le immagini di violenza trasmesse in televisione o sul web non solo a scopo di cronaca ma anche sotto forma di film e fiction – può causare una forma di disturbo post traumatico da stress emotivo analogo ai traumi vissuti durante una guerra. A portare l’attenzione sull’argomento è lo psichiatra Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano, che descrive il fenomeno con un nome specifico: Sindrome da Gomorra, dal nome della serie recentemente tornata in tv.

 Ad essere particolarmente a rischio sarebbero i teenager. “Osservare troppo spesso situazioni relazionali di aggressività interpersonale – spiega infatti Cucchi – favorisce soprattutto negli adolescenti episodi e modalità aggressive”. L’effetto è mediato dall’amigdala, struttura cerebrale che può essere considerata una vera e propria centrale operativa delle emozioni. Come nel caso del disturbo da stress post traumatico, anche la Sindrome da Gomorra sarebbe associata a una stimolazione eccessiva dell’amigdala e alla riduzione della normale funzione inibitoria e regolatoria della corteccia orbitofrontale cingolata.

 “Un altro elemento caratterizzante di questo disturbo – prosegue lo psichiatra – sembrerebbe essere lo sviluppo di idee fisse, quasi deliranti, circa l’essere bullato, perseguitato in qualche modo o più semplicemente oppresso. Questo provoca la ricerca smodata di una legittima autodifesa anche attraverso l’uso di armi e la perdita del controllo degli impulsi. Alcuni autori suggerisco che siano queste caratteristiche a poter spiegare certi omicidi e suicidi altrimenti inspiegabili”.

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5 tecniche immaginative per insegnare ai bambini a gestire i pensieri negativi


I bambini grandi non piangono…
 
Sei un piagnucolone…
 
Non dovresti arrabbiarti per questo…
 
Sei un bambino cattivo se pensi così…
 
È probabile che queste frasi ti risultino familiari e ti riportino direttamente all’infanzia. Infatti, forse le ripeti ai tuoi figli senza rendertene conto.
 
Queste frasi, e molti altre che sentiamo tutti i giorni, non hanno apparentemente nulla di sbagliato, perché il loro obiettivo è quello di ottenere che i bambini controllino i loro pensieri e le emozioni negative. Il problema è che attraverso queste si trasmette un’idea sbagliata: l’idea che siamo “cattivi”, quando sperimentiamo alcune emozioni o pensieri classificati come negativi.
 
Da quel momento in poi, il bambino comincia a sentirsi inadeguato perché sente e pensa certe cose che non dovrebbe sentire o pensare. E non sa come sbarazzarsi di quelle emozioni e pensieri. Di conseguenza, per ottenere l’approvazione sociale e non essere rimproverato, impara a nascondere quei sentimenti.
 
Nonostante ciò, quando cerchiamo di evitare una parte naturale della nostra condizione umana, come la tristezza, il dolore, la gelosia o la rabbia, questi sentimenti non scompaiono ma vanno a installarsi nell’inconscio, determinando da lì le nostre decisioni e l’umore. Dobbiamo ricordare che non possiamo scegliere come sentirci, ma possiamo scegliere cosa fare con queste emozioni e pensieri.
 
Pertanto, i genitori hanno una grande responsabilità: insegnare ai loro figli a gestire emozioni e pensieri che la società classifica come “negativi”. Come possono fare? Incoraggiandoli a “sedersi” con queste emozioni e idee negative e viverle, in modo che possano capire il messaggio che devono trasmettere. (leggi tutto)
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Psico-app: poco efficaci contro l’ansia, utili per insonnia e memoria

Tra le migliaia di applicazioni che si possono scaricare sullo smartphone o il tablet, le cosiddette app, molte sono a contenuto sanitario, e una buona parte di esse ha a che fare con la salute psicologica. Ma come spesso accade quando ci si trova davanti a un nuovo fenomeno, poco si sa del loro livello di sicurezza informatica e della loro affidabilità. Si tratta di semplici giochi elettronici o di veri strumenti di aiuto psicologico? Un’app che valuta il proprio carattere è credibile? Da chi è stata preparata? Ha alle spalle una verifica scientifica? Un’app che dà informazioni sui disturbi del tono dell’umore da chi è stata scritta? Qualcuno ha controllato che riporti indicazioni corrette? A livello internazionale le app di carattere psicologico e psichiatrico costituiscono una galassia multiforme che può essere raggiunta con pochi click sia nell’app store di Apple, sia in quello del sistema Android, tanto che la rivista Nature ha dedicato all’argomento una revisione critica.

 Le app «verificate»

Va tenuto presente che, secondo studi epidemiologici, circa il 30 per cento della popolazione va incontro nel corso della vita ad almeno un disturbo psicologico, e quasi il 55 per cento di queste persone non ha accesso al trattamento di cui avrebbe bisogno. Una percentuale che nei Paesi in via di sviluppo può raggiungere l’85 per cento. È evidente quindi che ci sarebbe bisogno di affidabili strumenti di auto-aiuto e che, allo stesso tempo, quello delle app psicologiche rappresenta anche un importante mercato potenziale. Il sito web inglese NHS Choises riporta una lista di queste app che risultano essere state sottoposte a una qualche forma di verifica. Il sito fa parte del Sistema Sanitario Nazionale inglese (NHS) e dà informazioni di buona qualità su salute e malattia, oltre a orientare nella scelta delle strutture sanitarie, ed è cliccato da 50 milioni di visitatori al mese.

 Affidabilità e sicurezza

Nella sezione dedicata alle app, c’è ad esempio FearFighter, un corso di auto-aiuto contro fobie e attacchi di panico. È basato sui principi della terapia cognitivo-comportamentale ed è costituito da una serie di sessioni ciascuna della durata di circa un’ora. Spiega come si esplica l’azione negativa dell’ansia sulla mente e sul corpo e dà indicazioni su come affrontarla. «Ma la tecnologia si sta muovendo più velocemente della scienza» dice Emily Anthes, autrice dell’articolo su Nature. E restano aperti molti problemi per chi vuole provare a usare queste app, perché non sono risolte le questioni riguardanti l’affidabilità e la sicurezza informatica. «Se ne è già occupato il Garante della privacy italiano nel 2014, nell’ambito di un progetto europeo denominato Sweep Day, e molte preoccupazioni in merito sono state confermate da un recente studio condotto dall’Imperial College di Londra proprio sulle applicazioni disponibili sul sito del NHS» dice il dottor Eugenio Santoro dell’IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. (leggi tutto)

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La prima rete dei pediatri contro gli abusi sui bambini

PEDIATRI e medici di base specializzati nel riconoscere i segni di violenze e abusi fisici, psicologici e sessuali sui bambini. In arrivo in Italia 15 mila medici ‘sentinella’, che costituiranno la prima rete anti-abuso del mondo. Il progetto, già avviato, è stato lanciato dalla multinazionale farmaceutica Menarini che lo ha sostenuto con un investimento di un milione di euro, in collaborazione con Telefono azzurro, Società italiana di pediatria, Federazione italiana medici pediatri e Associazione ospedali pediatrici italiani. L’obiettivo è quello di creare un network sanitario contro la violenza sui minori, in cui saranno coinvolti i 13 maggiori ospedali pediatrici italiani. Ogni hanno in Italia sono circa 70-80 mila i minori vittime di violenze e abusi, ma solo pochi casi vengono alla luce.

La prima fase del progetto, il ‘Train the trainers’, prevede la formazione di mille pediatri che, attraverso 23 corsi intensivi in tutte le regioni saranno ‘allenati’ a riconoscere i segnali di difficoltà inespressi dell’infanzia. Grazie a loro circa 15 mila fra medici di base e pediatri del territorio potranno essere supportati su queste tematiche costituendo la prima rete anti-abuso al mondo.

I tredici ospedali pediatrici più importanti del Paese, inoltre, saranno coinvolti come sede dei corsi di formazione ma anche come punti di riferimento dei pediatri del territorio e centri dove poter affrontare l’emergenza e la fase di recupero. (leggi tutto)

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I veri amici sono la metà di quelli che pensiamo di avere

QUANDO parliamo di amicizia, una volta su due ci sbagliamo. Non siamo abbastanza bravi a giudicare. I veri amici, cioè coloro che contraccambiano il nostro sentimento nei loro confronti, sarebbero appena la metà di quelli che pensiamo di avere. Lo sostiene da una ricerca dell’Università di Tel Aviv e delMassachusetts Institute of Technology, pubblicata sulla rivista Plos One, in cui è stato sviluppato una sorta di ‘algoritmo dell’amicizia’ per stabilire in maniera il più possibile oggettiva quali rapporti siano improntati alla reciprocità e quali no.

Gli studiosi hanno condotto degli esperimenti sociali su 84 persone, aggiungendo a questi dati quelli di un sondaggio sull’amicizia condotto su 600 studenti in Israele, Europa e Usa. Grazie all’algoritmo e’ arrivato un dato sorprendente. “Abbiamo scoperto che il 95 per cento dei partecipanti riteneva che i loro rapporti di amicizia fossero reciproci.(leggi tutto)

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Depressione, 33 mln casi in Ue ma solo 1 malato su 3 si cura

La depressione è ai vertici della classifica delle malattie più diffuse, con 33 milioni di casi in Europa, eppure solo un paziente su tre si cura, e la metà lo fa in modo inappropriato. A lanciare l’allarme sono gli psichiatri che, in occasione di un incontro a Milano, annunciano l’arrivo di una terapia innovativa ‘multimodale’. Una novità importante, rilevano gli specialisti, poichè la nuova molecola (vortioxetina) agisce simultaneamente con due diversi meccanismi d’azione: a vantaggio di un miglioramento dello stato emotivo affettivo ed anche delle funzioni cognitive del paziente.

I numeri, avvertono gli psichiatri, sono allarmanti: la depressione raggiungerà entro il 2030, secondo le stime dell’OMS, il primo posto fra le patologie croniche. E le stime sono pesanti anche in termini di costi economico-sanitari: 800 miliardi di dollari annui, per assistenza terapeutica, e mediamente 21 giorni di lavoro all’anno persi per un lavoratore europeo depresso su dieci. Tuttavia, solo un paziente su tre si cura, iniziando comunque le terapie con un grave ritardo sulla comparsa della sintomatologia, ed ancora meno si seguono cure ‘su misura’ idonee a ridurre le manifestazioni della malattia e soprattutto a garantire una salvaguardia della sfera affettiva e cognitiva. Sono infatti questi i due punti chiave che accrescono il timore del paziente quando si sottopone ad una cura per la depressione. Oggi la nuova terapia ‘multimodale’, a breve disponibile anche in Italia, garantisce appunto questa duplice protezione. Per combattere la depressione in maniera efficace, afferma Claudio Mencacci, direttore Dipartimento di Neuroscienze dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, ”occorre innanzitutto accorciare i tempi di diagnosi, oggi ancora molto dilatati. Un ritardo implicabile alla mancata presa di coscienza della sintomatologia. Infatti oltre ad apatia e perdita di interesse verso i piaceri della vita, non vanno sottovalutati gli aspetti cognitivi. Questi non vanno intesi soltanto come riduzione della concentrazione, attenzione e memoria di lavoro, ma riguardano anche il procrastinare una decisione o l’incapacità di attuare strategie di ‘problem solving”’. (leggi tutto)

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Che cos’è e a cosa serve la Mindfulness?

Cara dottoressa
Ho letto qualche giorno fa un articolo sulla mindfulness. È una pratica che mi incuriosisce ma mi sembra anche un fenomeno di moda. Può sostituire una psicoterapia?
Melania

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Cara Melania,
Già, anche in ambito scientifico ci sono delle “mode”. Si tratta di temi o tecniche sulle quali, in quel momento, si va focalizzando la ricerca. Questo li rende particolarmente attuali e fa sì che conquistino anche una certa risonanza mediatica.

Mi sembra che i mezzi di informazione stiano dando risalto alla mindfulness, oggi, mettendola tra quelle pratiche che andiamo sperimentando per salvarci dal mondo che abbiamo costruito. Mi spiego. Hai presente quando siamo alla guida e ci ritroviamo a prendere una direzione sbagliata perché eravamo “sovrapensiero” e abbiamo imboccato in automatico la strada più usuale? Ecco questa è una esperienza di “inconsapevolezza” (mindlessness). Nella routine frenetica, capita spesso che svolgiamo più compiti contemporaneamente e questo ci porta a perdere il contatto con quello che viene definito “il momento presente”. Essere consapevole di sé stessi, fisicamente ed emotivamente, nel qui ed ora: questa è la mindfulness.

Per gran parte del tempo i nostri sforzi sono concentrati nel barcamenarci tra diversi compiti. La nostra mente è impegnata soprattutto ad esaminare eventi passati ed a provare ad anticipare quelli futuri. Pensiamo a quello che dobbiamo ancora fare o riflettiamo su quanto abbiamo appena fatto. 
Tutto questo, se non conosce pause, distrae, ingolfa ed aliena.

La mindfulness è una tecnica di meditazione derivata dallo yoga, dallo zen e dagli insegnamenti buddisti. L’ideogramma con il quale in cinese si scrive mindfullness è composto da due segni: uno significa presente ed il secondo cuore. La mindfullness è il presente del cuore. Significa mantenere una consapevolezza dei pensieri, dei sentimenti, delle sensazioni corporee e dell’ambiente circostante nel momento attuale. Esclude, inoltre, il giudizio su di essi, sospende ogni considerazione su un modo giusto o sbagliato di sentire in un dato momento.

Si tratta, in realtà, di uno stato naturale della mente umana che però il nostro stile di vita tende ad ostacolare. 
E’ stato attraverso il lavoro del medico Americano Jon Kabat-Zinn che la meditazione minfullness è stata introdotta in molti protocolli medici e psicoterapici. A lui si deve infatti il programma di riduzione dello stress basato sulla mindfulness che fu lanciato nel 1979 alla facoltà di medicina dell’università del Massachusetts. Da allora il suo utilizzo ha continuato a diffondersi poiché ne è stata dimostrata l’efficacia nella diminuzione della sofferenza in numerose condizioni mediche e psicologiche.

Puoi esercitare la mindfulness indipendentemente da un lavoro di psicoterapia, ma non lo può sostituire. Tuttavia, sono molti ormai i terapeuti, di vari orientamenti, che lo integrano nel loro lavoro con i pazienti.

Francesca Pezzali
Psicologa-psicoterapueta

Pubblicato il 6 maggio 2016 su Urloweb.comhttp://www.urloweb.com/rubriche/categorie-rubriche/psicologicamente/8345-che-cos-e-e-a-cosa-serve-la-minfulness

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Dipendenze, quando la droga si chiama esercizio fisico

SENZA LA CORSA mattutina, le ore di palestra, i pesi, gli addominali, le flessioni, lo stretching. Senza la fatica, il sudore, le calorie bruciate, l’estremo sforzo muscolare. Senza tutto questo, tutti i giorni, in ogni momento libero, la loro vita è vuota. Sono le donne e gli uomini per i quali l’attività fisica è diventata una droga. Per i quali la pratica sportiva, di cui pure conosciamo tutti i benefici per la salute in dosi ragionevoli, arriva a dominare in modo crescente l’intera esistenza, influenzando le relazioni affettive, il lavoro, i ritmi biologici (sonno-veglia, fame). Tutta la loro giornata è scandita dagli esercizi, unica fonte di piacere. E quando non riescono ad avere la loro dose quotidiana mostrano i sintomi dell’astinenza, con malesseri fisici e psicologici.

La dipendenza. Gli anglosassoni parlano di exercise addiction, ed è una vera e propria dipendenza dall’attività fisica. Una sindrome – spiega Florinda Maione, psicoterapeuta e presidente della SIIPaC Lazio, la Società Italiana Intervento Patologie Compulsive – in cui riconosciamo dei sintomi simili a quelli presenti in altri tipi di nuove “dipendenze”, come quella dal gioco d’azzardo, dal sesso, da internet, da shopping: l’incapacità di concentrarsi su un’attività a causa del pensiero ricorrente alla pratica sportiva. La necessità di allenarsi anche quando si ha un infortunio o il medico lo ha caldamente sconsigliato. Il desiderio persistente di fare esercizio fisico, e l’incapacità di controllarlo o ridurlo. Un bisogno crescente di aumentare il tempo e la quantità dell’allenamento.

La sindrome. La sindrome è diffusa, anche se i numeri sono pochi: l’unico studio a mostrare qualche cifra risale al 2012 (su Psychology of Sport and Exercise) e parla di una prevalenza dello 0,3-0,5 per cento della popolazione adulta. Negli Stati Uniti si riconoscono oltre 400.000 donne drogate dallo sport. Ma anche in Italia i terapeuti che lavorano presso i centri che si occupano di nuove dipendenze la conoscono bene. E sanno anche come diagnosticarla con accuratezza, distinguendola dal semplice eccesso sportivo. «Parliamo di dipendenza quando l’attività fisica ha una funzione di regolatore dell’umore e di uno squilibrio interno, e quando finisce per dominare in modo crescente l’intera vita dell’individuo», spiega ancora Maione. Quando, insomma, l’idea di spingersi oltre il limite, superare se stessi, non fermarsi mai, diventano imperativi irrinunciabili. In genere si comincia con il desiderio di stare in forma, che poi prende la veste di disturbo ossessivo compulsivo. A volte invece la sindrome è strettamente legata a disturbi dell’alimentazione come l’anoressia o la bulimia, o al disturbo dell’immagine corporea. (leggi tutto)