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«Chi trova lavoro trova un tesoro»

Il progetto dell’associazione AIPD per formare e avviare al mondo del lavoro 104 persone con sindrome di Down. In Italia solo il 12 per cento ha un’occupazione

di Maria Giovanna Faiella

Formare e avviare al mondo del lavoro più di un centinaio di giovani e adulti con sindrome di Down, grazie al progetto «Chi trova un lavoro trova un tesoro», finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. È la nuova sfida dell’Associazione Italiana Persone Down (AIPD), da anni impegnata a promuovere iniziative e progetti mirati a far crescere le opportunità di lavoro per le persone affette dalla sindrome. Ad oggi, nel nostro Paese, anche a causa dei pregiudizi che ancora esistono nei confronti di chi ha una disabilità intellettiva, sono ancora troppo poche le persone con sindrome di Down che riescono a lavorare pur avendo le capacità per farlo. Secondo un’indagine condotta l’anno scorso da AIPD, su 1.374 soci maggiorenni dell’associazione, solo 168 (il 12 per cento circa) lavorano con un regolare contratto: venti lo hanno a tempo determinato e 148 a tempo indeterminato (78 in più rispetto alla precedente indagine del 2013). (leggi tutto)

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La capacità del cervello di compensare un deficit estremo

Un bambino sottoposto alla rimozione chirurgica dei lobi occipitale e temporale destro per una grave epilessia ha recuperato la capacità di riconoscere visi e parole anche se non ha più le regioni cerebrali che controllano queste importanti funzioni. Le scansioni di risonanza magnetica nucleare dimostrano che è l’emisfero sinistro a supplire al deficit, documentando ancora una volta l’estrema plasticità del cervello, soprattutto durante l’età evolutiva

La funzione visiva può essere recuperata almeno in parte anche quando le regioni cerebrali che ne sono responsabili sono state anatomicamente alterate. Lo rivela un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Neuron” in cui si è documentata la ripresa funzionale in un paziente di soli sette anni sottoposto a lobectomia nel tentativo di risolvere una grave forma di epilessia. Le scansioni cerebrali hanno infatti rivelato che, dopo alcuni anni dall’intervento, il bambino è riuscito a compensare il deficit, recuperando la facoltà di riconoscimento visivo di visi e oggetti.
Lo studio rappresenta un’ennesima conferma della plasticità neuronale, in particolare nel periodo dello sviluppo infantile, anche in un caso di deficit estremo come questo. Al piccolo paziente, indicato con le iniziali UD, infatti manca l’intero lobo occipitale, che include la corteccia visiva, in cui avviene l’elaborazione primaria delle informazioni dell’organo della vista, e gran parte del lobo temporale destro, che riceve ed elabora gli input sensoriali visivi e uditivi.

Per studiare l’impatto di questa vasta lobectomia, i ricercatori hanno sottoposto UD a una serie di test per verificare in che modo il piccolo paziente riuscisse a svolgere alcuni compiti visivi e comportamentali. Al contempo, hanno utilizzato una tecnica di imaging di risonanza magnetica nucleare, focalizzando l’attenzione in particolare su cinque differenti punti del cervello, per individuare le aree rimaste inalterate e quelle che si sono ristrutturate nell’arco di tre anni.

Con sorpresa, gli autori hanno scoperto che il paziente era in grado di riconoscere in modo pressoché normale visi, oggetti e parole, una facoltà che in un cervello intatto dipende in modo cruciale dai lobi rimossi. Nello specifico,

hanno scoperto che il cervello di UD era mutato, coinvolgendo alcune aree dell’emisfero sinistro per compensare alcune funzioni di ordine più elevato, come riconoscere e analizzare elementi visivi e con elaborare visi e parole in modo normale.

“Eseguendo le scansioni in tempi diversi, in modo da seguire l’evoluzione del cervello nel tempo, siamo riusciti a evidenziare quali parti del cervello erano rimaste stabili, e quali invece si erano riorganizzate: questo studio getta una luce sui meccanismi che consentono al cervello di ristrutturare la funzione visiva all’interno della corteccia”, ha spiegato Marlene Behrmann, docente della Carnegie Mellon University, coautrice dell’articolo. “L’unico deficit che rimasto al paziente è nel campo visivo: se guarda in avanti, UD non è in grado di elaborare le informazioni che riguardano il lato sinistro; a questa mancanza, il piccolo fa fronte girando la testa o gli occhi”. (leggi tutto)

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La solitudine: cosa fa al tuo corpo e che effetti ha sulla salute

Nell’era dei social network, dei negozi aperti h24 e dell’intrattenimento «sempre e comunque», si sente l’esigenza di tornare a parlare di solitudine, condizione che paradossalmente sembra colpire sempre più persone. Lo facciamo con Agnese Rossi, psicoterapeuta di Humanitas Gavazzeni, Bergamo

di Agnese Rossi

Una, nessuna, centomila solitudini

Per prima cosa, facciamo una distinzione per meglio inquadrare il fenomeno. Esiste una solitudine subìta e una solitudine ricercata.
La solitudine subìta è quella che comunemente definiamo come percezione sgradevole di sentirsi soli – intesa come mancanza di qualcuno- , che porta con sé fastidio e sofferenza, difficoltà a stringere legami affettivi per insicurezza, sensazione di inadeguatezza, paura dei propri limiti e di ciò che l’apertura all’altro può comportare. Se da una parte sembra dunque avere un significato protettivo, in realtà ci isola dal mondo a favore di una finta realtà, priva di conflitti e apparentemente lineare e prevedibile. Una realtà però “non umana” visto che sopprime la socialità.
Al contrario, la solitudine desiderata o ricercata è un profondo desiderio di stare con se stessi, di ascoltarsi ed entrare in contatto con l’intimità del nostro mondo interiore.

Soli ma attivi

La solitudine ricercata può farci stare bene ed essere molto attiva: possiamo far fluire pensieri, immaginazione, emozioni e creatività. Entriamo così in contatto con la nostra unicità e complessità per guardarla, conoscerla e metterla in gioco. Grazie a tale consapevolezza e al conseguente star bene con noi stessi, diventiamo più capaci di aprirci alla relazione con l’altro in modo sano e appagante. Il senso comune su questo argomento è molto chiaro: “bisogna imparare a stare soli”, spesso sinonimo di “impara ad amarti”. Da quel fluire di sensazioni e creatività deriva anche la voglia di praticare sport, dedicarsi all’arte, alla natura… fare qualcosa di piacevole in compagnia di se stessi. (leggi tutto)

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“Caro diario ti scrivo, così la scrittura mi ha aiutato a guarire”

Affrontare un periodo difficile, armandosi di carta e penna. Liberando pensieri, paure, stati d’animo. Per riscoprirsi

C’È chi durante il percorso della malattia è riuscito a riscoprirsi, a ritrovarsi. Con la scrittura. Come Sonia Scarpante, che ne ha sperimentato in prima persona il potenziale terapeutico. Lei la sua battaglia contro il cancro l’ha vinta con le terapie, ma l’arte della parola scritta l’ha aiutata nella sua battaglia. Oggi è diventata un punto di riferimento per pazienti, medici e operatori sanitari. Scrittrice e presidente dell’Associazione “La cura di sé”, da anni Scarpante tiene corsi di scrittura, seminari e conferenze, spiegando quanto carta e penna possano esserci complici nell’affrontare momenti così delicati della nostra vita, come la malattia oncologica, che lei scoprì nel ’98.

• LA SCRITTURA TERAPEUTICA
Una scrittura liberatoria, attraverso la quale ci si spoglia dei propri traumi, riversando tutto sulle pagine. Come Scarpante stessa ha fatto con il libro Non avere paura. Conoscersi per curarsi (Sampognaro & Pupi), un testo in cui affronta un viaggio interiore durante il suo percorso nella malattia. Oltre ai seminari e corsi di scrittura terapeutica, l’associazione di Scarpante organizza anche gruppi di lettura e narrazione, perché anche grazie alle esperienze dell’altro si può scoprire molto di se stessi, riuscendo a dare al proprio male un peso diverso e a migliorare la propria qualità di vita.

• LA NARRAZIONE CHE AVVICINA MEDICO E PAZIENTE
La narrazione sta diventando uno strumento fondante per il percorso clinico-assistenziale. Si sta facendo strada l’idea che la medicina debba concentrarsi non soltanto sulla malattia, ma anche sul paziente, che ha una sua storia, che non va trascurata. Diventa dunque una visione superata quella che vede medico e paziente dei narratori distanti, che raccontano la patologia da punti di vista diversi. Il dottore si concentra sulle informazioni biomediche, parlando di organi, tessuti e cellule, mentre chi si ammale parla soprattutto degli aspetti psicologici, sociali e biografici legati alla malattia.  Il punto di tutto questo è riuscire a far avvicinare due “mondi”, ad oggi ancora molto lontani. Il che vorrebbe dire coinvolgere il paziente attivamente nel percorso terapeutico, ma soprattutto umanizzare il rapporto medico-paziente. (leggi tutto)

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Cos’è il senso di colpa e come gestirlo

Per i soggetti più sensibili il senso di colpa rischia di diventare un pesante fardello, per quelli più superficiali è solo un ronzio di fondo. Ma imparare a gestirlo è possibile.

Erica Jong sosteneva che «le donne sono le peggiori nemiche di sé stesse. E i sensi di colpa sono il principale strumento della tortura che si autoinfliggono». Per alcune persone – maschi e femmine – questo fardello avvelena la quotidianità. A volte ci si percepisce colpevoli anche di cose che non c’entrano niente con il proprio vissuto. Altri invece, che vivono più in superficie, sentono il senso di colpa come un rumore di fondo, qualcosa di fastidioso da scacciare con una mano. Riversano le proprie responsabilità sugli altri e, negandole, continuano a ripetere gli stessi errori.

Con Giovanni Andrea Fava, professore ordinario presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, abbiamo esaminato il senso di colpa, le sue origini storiche e gli influssi sulla vita quotidiana. Gestirlo con successo e trarne anche qualche vantaggio è possibile.

Il senso di colpa è un’espressione che ha connotazioni molto ampie. Si tratta di una sensazione legata al pensiero e consapevolezza dell’aver sbagliato, del non aver risposto alle aspettative degli altri. «Il senso di colpa è molto legato alla percezione del nostro ruolo rispetto agli eventi – spiega Fava -. Questa può essere eccessivamente estesa e dilatata per certe persone, e quasi inesistente per altre». Il senso di colpa di per sé non è né negativo né positivo. «È uno strumento che ci aiuta a renderci conto degli errori che possiamo inevitabilmente fare, – sottolinea l’esperto – è l’entità di questa percezione che può diventare problematica». (leggi tutto)

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Dipendenza cocaina, potrebbe essere colpa dei traumi infantili

La chiave che spiega questa relazione sarebbe un’alterazione del sistema immunitario, provocata da maltrattamenti emotivi in età precoce, in grado di modificarne il funzionamento. A sostenerlo uno studio dell’Irccs Santa Lucia su persone tossicodipendenti

IL SISTEMA immunitario va sul banco dei testimoni. Per uno studio – finanziato dal Ministero della Salute e appena pubblicato su Biological Psychiatry – sarebbe proprio lui il maggior candidato nello sviluppo della tossicodipendenza. Ma andiamo con ordine e capiamo come gli esperti sono arrivati a questa conclusione.

• MALTRATTAMENTI INFANTILI E SISTEMA IMMUNITARIO
I ricercatori della Fondazione Santa Lucia, in collaborazione con le Università di Roma Sapienza e Tor Vergata, hanno analizzato 40 persone in trattamento per un disturbo di dipendenza dalla cocaina, osservando che l’esposizione a questa sostanza aveva indotto un’alterazione nel funzionamento del sistema immunitario. Ma, sorprendentemente, questa condizione era particolarmente marcata in chi aveva subito abusi e maltrattamenti durante l’infanzia

“Il maltrattamento, soprattutto emotivo, provoca nel bambino uno stress capace di attivare una risposta infiammatoria abnorme e di alterare la maturazione del sistema immunitario con una modifica permanente del suo funzionamento. Dal momento che la cocaina si lega ai recettori Tlr4 del sistema immunitario per produrre i suoi effetti, questa particolare sensibilità del sistema immunitario – spiega Valeria Carola, ricercatrice del laboratorio di neurobiologia del comportamento dell’Irccs Santa Lucia e coordinatrice della ricerca – rende il soggetto più esposto al rischio di dipendenza e di ricadute durante l’astinenza. In più aumenta per il soggetto il rischio di malattie del sistema nervoso centrale indotte dall’abuso di sostanze, innanzitutto l’ictus”.

• ANCHE L’UMORE NE RISENTE
Abusi e maltrattamenti durante l’infanzia, dunque, giocano un ruolo importante nel definire alcuni aspetti dell’individuo adulto. “A lungo si è ipotizzata come causa prioritaria la predisposizione genetica dell’individuo, che lasciava poche speranze alla possibilità di recupero. Oggi – dicono i ricercatori – stiamo riscontrando sempre più il ruolo chiave dei fattori ambientali e relazionali che, attraverso meccanismi epigenetici, ovvero di modifica nella lettura del nostro Dna, sono in grado di alterare determinate funzioni dell’organismo”. (leggi tutto)

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Un’infanzia difficile fa maturare più in fretta il cervello

Lo stress nella prima infanzia porta ad una più rapida maturazione di alcune regioni del cervello. Al contrario, gli eventi stressanti sperimentati durante l’adolescenza portano a una maturazione più lenta del cervello

di Marta Musso

Avere un’infanzia difficile e stressante farebbe maturare più in fretta il cervello dei bambini. Al contrario, invece, lo stress provato in età adolescenziale ne rallenterebbe lo sviluppo. A raccontarlo sulle pagine di Scientific Reports sono stati i ricercatori olandesi dell’Università Radboud di Nijmegen, che nel loro studio hanno monitorato 37 bambini per quasi 20 anni, cercando di capire in che modo le situazioni stressanti e gli eventi traumatici possano influenzare lo sviluppo di alcune aree del cervello in varie fasi della vita, ovvero nell’infanzia e nell’adolescenza di questi bambini.

• LO STUDIO
Lo studio (chiamato Nijmegen Longitudinal Study) è cominciato nel 1998, quando sono stati reclutati 37 bambini di circa 1 anno. Nell’arco di questi 20 anni, i ricercatori hanno raccolto informazioni sul loro rapporto con genitori, sull’ambiente familiare e sulle interazioni con gli amici e compagni di classe. Inoltre, i ricercatori hanno sottoposto più volte i bambini a risonanza magnetica, esame diagnostico che permette di visualizzare con immagini dettagliate l’interno del cervello. I ricercatori si sono concentrati su due tipi di fattori stressanti: gli eventi traumatici vissuti e le influenze negative dell’ambiente sociale provati in due fasi della loro vita, nella prima infanzia (dalla nascita ai 5 anni) e nell’adolescenza (tra i 14 e i 17 anni). I livelli di stress sono poi stati messi a confronto con lo sviluppo della corteccia prefrontale, dell’amigdala e dell’ippocampo, regioni cerebrali che svolgono un ruolo importante nella sfera emotiva e sono note per essere molto sensibili allo stress.

• I RISULTATI
Dalle analisi è emerso che lo stress dovuto a esperienze traumatiche durante l’infanzia, come una malattia o il divorzio dei genitori, sembrerebbe essere associato a una più rapida maturazione della corteccia prefrontale e dell’amigdala durante il periodo dell’adolescenza. Viceversa, lo stress provato in un ambiente sociale negativo durante l’adolescenza, come una bassa considerazione da parte dei compagni di scuola, sarebbe collegato a uno sviluppo più lento dell’ippocampo e della corteccia prefrontale. (leggi tutto)

 

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Genitori elicottero: troppe attenzioni mettono a rischio l’emotività dei figli

Secondo un nuovo studio, l’atteggiamento dei cosiddetti “genitori elicottero”, troppo protettivi con i figli, potrebbe compromettere le capacità dei bambini di gestire le emozioni, con effetti negativi anche sulle loro prestazioni scolastiche

CONTROLLO e protezione. Sono queste le caratteristiche principali dei cosiddetti ‘genitori elicottero’. Un modo di dire diffuso nel mondo anglosassone per indicare i genitori iper-apprensivi, talmente vicini e presenti in ogni momento della vita dei propri figli da comprometterne, paradossalmente, lo sviluppo emotivo e la capacità di affrontare situazioni stressanti. Infatti, secondo un nuovo studio di un team di ricerca internazionale, pubblicato sulla rivista Developmental Psychology, i genitori elicottero metterebbero a rischio lo sviluppo delle capacità di controllo emotive e comportamentali dei propri figli, con effetti negativi a lungo termine anche sulle prestazioni scolastiche.

• LO STUDIO
Lo studio ha seguito un gruppo di 422 bambini per otto anni, svolgendo alcuni esperimenti precisamente quando i piccoli avevano due, cinque e dieci anni di età. Nel primo esperimento i ricercatori hanno invitato i bambini, che avevano due anni, e le loro madri a giocare insieme, per valutare fino a che punto il genitore fosse protettivo e tenesse sotto controllo il figlio. Una volta raggiunti i 5 anni di età, sono state messe alla prova le reazioni dei piccoli con alcuni test mirati, analizzandone ad esempio le reazioni quando ricevevano una porzione “ingiusta” di dolce e misurando le loro capacità di risolvere un indovinello a tempo. Quando i bambini hanno raggiunto i cinque e i dieci anni di età, i ricercatori hanno chiesto agli insegnanti di valutare le prestazioni scolastiche e di riferire se avessero o meno notato nei bambini disturbi come depressione, ansia o solitudine. (leggi tutto)

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Neuroni specchio, la più grande scoperta neurobiologica del ‘900 è italiana: così ci ‘donano’ la vita

La scoperta dei neuroni specchio, orgoglio tutto italiano, è considerata una delle più grandi rivoluzioni scientifiche del secolo scorso. Il loro studio sembra svelarci il segreto di tutte quelle capacità che rendono l’uomo un animale così speciale, come comunicare parlando, intuire le emozioni altrui e imparare guardando.

I neuroni specchio, considerati la più grande scoperta neurobiologica del ‘900, ci donano tutte quelle peculiarità umane, come il linguaggio verbale, l’empatia e la capacità di imparare velocemente mediante l’imitazione, fondamentali per il balzo in avanti da ominide a uomo sapiens. Il merito di questa ricerca è tutto italiano grazie a un gruppo di ricercatori dell’università di Parma guidati dal professor Giacomo Rizzolatti. “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia” spiega Vilayanur S. Ramachandra neurologo.

Cosa sono i neuroni specchio
Sono dei neuroni che si attivano quando compiamo una determinata azione e quando vediamo compierla. Quindi lo stesso neurone si accende per cause motorie, come afferrare una mela e per cause sensoriali, come vedere qualcuno afferrare una mela. Ogni neurone si attiva solo per un tipo specifico di movimento: ad esempio il neurone che si attiva mentre vediamo afferrare/afferriamo la mela non si attiva quando lanciamo o vediamo lanciare una mela. Questo speciale tipo di comportamento ha donato loro il caratteristico nome di neurone specchio.

A cosa servono i neuroni specchio

La scoperta del dottor Rizzolati, essendo un punto di svolta sulla comprensione del funzionamento neuronale, ha dato il via a decine di ricerche correlate nei più svariati ambiti scientifici, noi citeremo solo alcuni.

Comprensione degli stati emotivi: Gli stati emotivi producono una particolare mimica facciale che può essere riconosciuta a livello visivo. Nell’atto di osservare un’emozione positiva o negativa attiviamo gli stessi identici neuroni mimici, donandoci così la capacità empatica di “vivere” e quindi comprendere lo stato d’animo altrui istantaneamente. Questa importante scoperta dona una motivazione neuro biologica a quella che chiamiamo “responsabilità sociale” fin ora relegata alla speculazione filosofica o religiosa. Secondo lo stesso Rizzolati la cultura e la speculazione cognitiva può bloccare o escludere alcuni soggetti da questo procedimento empatico, sfruttando l’espediente per cui il procedimento è molto più forte con chi sentiamo più vicino (familiari, appartenenti alla stessa cultura, etnia) e ciò spiegherebbe anche le basi di grandi rimozioni empatiche collettive come il nazismo o altre più recenti. (leggi tutto)

 

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Cervello come hard disk, riscrive memoria sui brutti ricordi

Individuati i neuroni delle esperienze traumatiche

(ANSA) – Il cervello funziona come un hard disk: riscrive nuovi dati sui vecchi ricordi, soprattutto quando sono brutti o traumatici. Sono stati infatti individuati i neuroni che aiutano a ‘cancellare’ i ricordi di esperienze traumatiche, liberando la mente da ansie e paure che possono provocare problemi, come il disturbo da stress post traumatico.

“Per la prima volta abbiamo fatto luce sui processi con cui si possono trattare con successo i ricordi traumatici”, commenta Johannes Gräff, coordinatore dello studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna e pubblicato dalla rivista Science. Gli studiosi svizzeri hanno scoperto come lavora il cervello quando cerca di affievolire le paure legate a traumi lontani: lo fa ‘riscrivendo’ sopra gli stessi neuroni che avevano contribuito a formare e conservare il ricordo traumatico, e che si trovano nel giro dentato, un’area dell’ippocampo il cui compito è codificare, ricordare e ridurre le paure. Una scoperta cui sono arrivati lavorando sui topi.

“Per far dimenticare un trauma è efficace riesporre la persona a vivere lo stesso trauma ma in modo controllato, con situazioni che lo rievocano”, spiega Yuri Bozzi, del Cimec (Centro Mente/Cervello dell’Università di Trento). Ad esempio ai soldati vengono mostrate immagini del campo di combattimento.

“In questo modo il cervello impara di nuovo a controllare gli stati d’ansia che emergerebbero vedendo le immagini di guerra”, continua. (leggi tutto)