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Ecco perché lo stress ci fa ingrassare

LO STRESS pesa anche sulla bilancia. Non soltanto ci rovina le giornate, fa male al cuore e naturalmente all’umore. Lo stress ci fa ingrassare e a dimostrarlo sono le ricerche scientifiche. Come mai? Quando siamo sotto pressione ne risente tutto l’equilibrio ormonale, il ritmo sonno-veglia e anche i livelli di zucchero nel sangue. Tutto ciò ci fa venire fame e voglia di consumare il cosiddetto ‘comfort food’.

• I LIVELLI DI ZUCCHERO NEL SANGUE  
I nostri livelli di zucchero nel sangue aumentano quando mangiamo ma in una persona sana tornano nella norma abbastanza rapidamente. Quando, però, siamo particolarmente stressati i nostri livelli di zucchero impiegano tre ore per tornare ai livelli normali, cioè un tempo circa sei volte maggiore rispetto a quello necessario in condizioni di tranquillità.

• IL CIRCOLO VIZIOSO DELL’INSULINA 
Ciò accade perché il nostro corpo pensa di essere sotto attacco e rilascia glucosio nel sangue per rifornire i muscoli di energia. Ma se non abbiamo bisogno di quell’energia per scappare da un pericolo reale, allora il pancreas secerne grandi quantità d’insulina che a sua volta causa un rapido utilizzo del glucosio da parte dei tessuti, così che dopo due-tre ore dal pasto si determina un’ipoglicemia, con conseguente sensazione di fame e di un certo malessere. Se si ingeriscono altri carboidrati per fronteggiare la fame, si stimola una nuova secrezione di insulina e si entra in un circolo vizioso. “Lo stress fa ingrassare perché, man mano che sale la tensione, aumenta nel sangue l’insulina, l’ormone che favorisce il deposito di grasso – conferma Giorgio Calabrese, nutrizionista e dietologo, presidente del Comitato nazionale per la Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute. Inoltre, durante lo stato prolungato di stress, si ingrassa a causa della produzione dell’ormone neuropeptide Y che può indurre a mangiare di più”. Si è visto, infatti, che sotto stress con lo stesso numero di calorie si ingrassa fino a quattro volte di più. (leggi tutto)
 

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Epilessia, imparare a gestire le crisi senza aver paura

Tutti potremmo avere un amico, compagno di scuola o parente affetto da epilessia, e magari non lo sappiamo. Come non sappiamo cosa fare quando qualcuno è colto da un’improvvisa crisi epilettica. Il primo istinto potrebbe essere quello di cercare di aprire la bocca ma servono, invece, poche semplici regole come, per esempio, proteggere la testa con un cuscino e mettere il paziente in posizione laterale di sicurezza. A diffondere le corrette tecniche d’intervento è la Lega Italiana contro l’Epilessia (LICE) in occasione della Giornata mondiale del 12 febbraio. Lo slogan è “Non aver paura della crisi sapendo cosa fare”.

  • I NUMERI DELLA MALATTIA

Questa malattia neurologica colpisce 6 milioni di persone in Europa e circa 65 nel mondo tanto che è stata riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come malattia ‘sociale’. In Italia ne sono affette circa 500mila persone, con un picco nell’infanzia: nei due terzi dei casi la malattia si manifesta prima della pubertà. L’epilessia si esprime in forme diverse, tanto che è più corretto parlare di epilessie al plurale.

  • CHE COS’E’

Le epilessie si manifestano anche attraverso sintomi molto diversi, i più conosciuti sono le cosiddette crisi epilettiche che dipendono da un’alterazione della funzionalità dei neuroni. “Quando i neuroni per qualche ragione, diventano ‘iperattivi’ –  spiega Oriano Mecarelli, presidente LICE ed epilettologo al policlinico universitario Umberto I di Roma –  scaricano impulsi elettrici in modo eccessivo e ciò può provocare una crisi epilettica che rappresenta una modalità di risposta anomala in senso eccitatorio di alcune aree cerebrali o di tutto il cervello, per una disfunzione su base sconosciuta o per lesioni di diverso tipo”. Si tratta di una malattia ancora poco indagata visto che continua a far morire di morte improvvisa un paziente su mille, costa alla sanità europea circa 20 miliardi di euro all’anno, risponde alle cure in due terzi dei pazienti e può essere risolta con un intervento di neurochirurgia solo nella metà dei casi.

  • I SINTOMI

La maggior parte delle crisi durano da pochi secondi ad alcuni minuti. “L’esempio paradigmatico di crisi epilettica – spiega Giovanni Assenza, responsabile del Centro per la diagnosi e cura dell’epilessia del Policlinico universitario Campus Bio-Medico – è la crisi convulsiva, in cui il paziente perde coscienza improvvisamente, può emettere un urlo, cade a terra irrigidito, è colto da scosse su tutto il corpo, può morsicarsi la lingua o perdere le urine”. Altri tipi di crisi epilettica causano sintomi meno drammatici. “Alcune persone  – prosegue Assenza – hanno tremori (‘clonie’) in una parte del corpo come un braccio o una parte della faccia. Altre smettono di rispondere e fissano il vuoto per alcuni secondi, come se fossero ‘tra le nuvole’, altre ancora possono avvertire solo formicolii su una parte del corpo o avere una transitoria difficoltà a parlare”. (leggi tutto)

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Scoperte le cellule dell’ansia

Individuati nell’ippocampo dei topi gruppi di neuroni che si attivano in modo specifico in situazioni minacciose e innescano comportamenti di autoconservazione, come la fuga. Si tratta della prima volta che si scoprono cellule correlate allo stato di ansia indipendentemente dal contesto che provoca l’emozione.

I ricercatori che le hanno individuate le hanno chiamate “cellule dell’ansia”. Nessun nome poteva essere più azzeccato, dato che sono i neuroni che nel cervello dei topi si attivano di situazioni pericolose, e sono le prime mai scoperte che sono correlate allo stato di ansia indipendentemente dal contesto che provoca l’emozione.

“Si tratta di un risultato eccitante, perché abbiamo scoperto una via neuronale rapida e diretta che porta gli animali a rispondere ai luoghi che provocano ansia, senza la necessità di coinvolgere regioni del cervello di ordine superiore”, ha spiegato, Mazen Kheirbek, coautore dello studio.

Secondo quanto riportato su “Neuron” una struttura del tutto analoga potrebbe esistere anche nel cervello degli esseri umani: se così fosse, si aprirebbe una nuova prospettiva di cura per molte persone.

L’ansia è un fenomeno neurobiologico normale, ed è fondamentale per la sopravvivenza degli animali. È una risposta emotiva a una minaccia, per esempio la presenza di un predatore, che innesca un comportamento di autoconservazione, come la fuga o il riparo in una zona sicura.

Negli esseri umani però si manifestano anche disturbi d’ansia dovuti a reazioni emotive eccessive, per esempio quando parlare in pubblico evoca la stessa paura che susciterebbe trovarsi sul ciglio di un burrone.

I neuroscienziati della Columbia University e dell’Università della California a San Francisco, entrambe negli Stati Uniti, hanno studiato che cosa succede nel cervello dei topi in situazioni ansiogene, come essere posti su una piattaforma elevata.
Grazie a un microscopio miniaturizzato inserito nel cranio dei roditori, i ricercatori hanno registrato l’attività di centinaia di cellule nella regione dell’ippocampo mentre gli animali si muovevano liberamente nel loro ambiente. La scelta è caduta su questa regione del cervello perché studi precedenti hanno stabilito che è implicata nella regolazione dell’umore e che alterando l’attività nella parte ventrale dell’ippocampo si può ottenere una riduzione dell’ansia. (leggi tutto)

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Accudire i neonati, tenerli in braccio lascia tracce nei loro geni

Le attenzioni rivolte ai neonati potrebbero lasciare tracce nei loro geni. Le carezze e gli abbracci ricevuti durante le prime settimane di vita potrebbero, infatti, influenzare il profilo molecolare delle cellule dei bambini. Lo suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Development and Psychopathology dagli scienziati del British Columbia Children’s Hospital  e dell’Università della Columbia Britannica di Vancouver (Canada), secondo cui la carenza di contatto fisico potrebbe avere ripercussione negative sullo sviluppo dei piccoli. “Riteniamo – spiega Michael S. Kobor, che ha coordinato lo studio – che nei bambini una crescita epigenetica più lenta possa riflettere un progresso nello sviluppo meno favorevole”.

 

La ricerca è stata condotta su 94 bambini sani, nati nell’ospedale pediatrico canadese, che sono stati seguiti a partire dall’età di 5 settimane. I loro genitori sono stati invitati ad annotare su un diario il comportamento dei piccoli – come la frequenza con cui dormivano, si agitavano, piangevano o si nutrivano – e l’entità delle cure, che prevedevano il contatto fisico, che fornivano loro. Quando i bambini hanno raggiunto l’età di circa 4 anni e mezzo, i ricercatori hanno  prelevato ed esaminato il loro Dna.

 

Al termine dell’indagine, è emerso che i bimbi che da neonati avevano ricevuto meno abbracci e carezze presentavano, a livello cellulare, un profilo molecolare sottosviluppato per la loro età. Questo elemento, secondo gli scienziati, potrebbe indicare un possibile ritardo biologico. Nello specifico, gli studiosi hanno individuato differenze rilevanti nella metilazione del Dna (leggi tutto)

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Tradimento sul web: perché quello virtuale fa sentire meno in colpa?

Nell’era del web, cambia anche il modo di tradire. Se in passato l’infedeltà passava per le lenzuola, oggi è sempre più cyber. E non sempre viene percepita come tale. Fare sexting (lo scambio di messaggini o immagini), vivere via chat le proprie fantasie sessuali, “incontrarsi” su siti specializzati non è considerato grave come avere un amante in carne e ossa. «Amoreggiare online con una persona diversa dal partner, spesso a sua volta impegnata, è diventata un’abitudine diffusa» fa notare Rita D’amico, ricercatrice e psicoterapeuta dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr di Roma, che in Amori e infedeltà (Franco Angeli editore) descrive l’eros ai tempi dei social media. «Chi la commette spesso non gli dà una connotazione negativa, e non sente il bisogno di confessare le scappatelle perché non si sente in colpa». I social media hanno ampliato le possibilità di nuovi incontri al di fuori della coppia, rimanendo a casa e senza destare sospetti, almeno così si crede. In realtà, con un po’ di attenzione, si possono cogliere numerosi campanelli d’allarme. «Un partner sempre attaccato a cellulare, tablet o pc, che non lascia incustoditi questi suoi dispositivi neanche per andare in bagno o che in casa – e nell’intimità – si comporta in modo diverso dal solito, probabilmente ha qualcosa da nascondere» continua l’esperta.

 

IL CYBERTRADITORE. «Se si sospetta che il compagno abbia una relazione virtuale, la cosa migliore da fare è cercare un confronto» suggerisce Rita D’Amico. «Chi è stato tradito dovrebbe provare a individuare i motivi che hanno spinto il compagno a cercare qualcun altro, mettendo temporaneamente da parte il proprio dolore e i propri sentimenti (il sentirsi rifiutati, la gelosia, la rabbia, ecc.). Non è giusto assumere solo il ruolo di vittima, senza mettersi in gioco: puntare il dito sul colpevole è controproducente. Allo stesso tempo, però, bisogna capire se chi ci tradisce vuole mettersi in discussione perché, se cerca solo di giustificarsi e di addossare le colpe al partner, non si ottiene nulla. Occorre molta umiltà da entrambe le parti». Ci sono anche casi in cui il “cyber sex” non è un evento occasionale, ma un comportamento seriale, una dipendenza vera e propria. «In queste circostanze l’unico modo per trovare una soluzione è rivolgersi a un professionista» segnala D’Amico. (leggi tutto)

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La rivincita dei single, più sani e più appagati rispetto a chi fa vita di coppia

SI ARRIVA all’altare sempre più tardi e c’è chi, per scelta o meno, trascorre la propria vita da single. Sembra che il matrimonio stia cedendo sempre più il passo al popolo dei single. Basta pensare che, in Italia quasi una famiglia su 3 è composta da una sola persona. Un segno, questo, che non interessa soltanto il mondo occidentale, ma che sta diventando un fenomeno globale. E di pro in questa condizione ce ne sono diversi: la dieta alimentare, l’attività sessuale e la salute sembrano tutte a favore di coloro che scelgono di vivere da soli.

·GLI ADULTI DEGLI ANNI 70 E QUELLI DI OGGI
Secondo il rapporto dell’ufficio del censimento statunitense, il numero di adulti non sposati ha raggiunto nell’anno appena terminato livelli mai osservati prima d’ora: più del 45{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} dei residenti – circa 110 milioni di persone di età superiore ai 18 anni – è divorziata, vedova o è sempre stata single. E l’età durante la quale si pronuncia il famoso “sì” è sempre più matura: negli anni 70, 8 persone su 10 si sposavano entro i 30 anni di età. Oggi, invece, per osservare lo stesso rapporto numerico si devono aspettare i 45 anni: l’età media del primo matrimonio è salita a 29,5 anni negli uomini e a 27,4 anni nelle donne ed è probabile che quando i giovani di oggi raggiungeranno i 50 anni, circa una persona su quattro di loro sarà stata single per tutta la vita. (leggi tutto)

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“L’anoressia è una malattia, non una scelta. Ma per queste ragazze una foto con il sondino è una vittoria”

GLI SCHERMI di Pc e smartphone per i ragazzi possono essere una finestra sul mondo, ma possono diventare anche una cella che imprigiona ogni volta che la porta della cameretta si chiude. Un clic separa migliaia di giovani da una realtà dove per dimagrire si può fare di tutto, dove i genitori sono esclusi e i coetanei suggeriscono sistemi di controllo del peso efficaci e pericolosissimi. Siamo nel mondo delle comunità Pro Ana e Pro-Mia (pro bulimia), dove migliaia di adolescenti, ma non solo, si buttano alla ricerca di consigli per dimagrire, digiunare, vomitare. Ma anche per cercare qualcuno con lo stesso problema, nella speranza di non sentirsi più soli.

Solo in Italia sono 300mila i portali che inneggiano all’anoressia come stile di vita, un numero sconcertante: uno ogni dieci ragazze tra i 10 e i 19 anni. La chiusura, decisa oggi, di uno di questi blog da parte della Procura di Ivrea è meno della punta di un iceberg di un mondo fatto di modelli di magrezza eccessiva, vanità, imitazione e, non dimentichiamolo, di malattia. Di cui le ragazze non sono consapevoli, anzi tutt’altro. A spiegarlo è Laura Dalla Ragione, responsabile dei centri per la cura dei disturbi alimentari Palazzo Francisci e Nido delle Rondini di Todi.

L’INCHIESTA DISTURBI ALIMENTARI, CURARSI È UN’ODISSEA

Da qualche anno abbiamo scoperto l’esistenza di siti che supportano l’anoressia e la bulimia, da chi sono gestiti?
C’è una persona in solitaria che “incita” all’anoressia perché lei medesima è convinta, come tutte le pazienti, di non essere malata. Le pazienti nella fase conclamata del disturbo sono convinte che la loro sia una scelta estetica compiuta in totale libertà: si vuole essere magri e tutti quelli che si oppongono, compresi i genitori, sono stronzi. Per questo il sito tipico mostra immagini per esempio di una donna che pesa 200kg e sotto scrive: “attenzione i vostri genitori vogliono farvi diventare così. Non li ascoltate”. E poi l’imitazione della bulimia: circa il 90{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} delle pazienti dichiara di aver imparato a vomitare su Internet.

Perché si sente il bisogno di aprire un blog o un account legato alla malattia?
Per misurarsi tra loro, confrontarsi e sostenersi. Chi c’è dietro questi siti non vuole far ammalare altre persone.

Qual è la portata del fenomeno?
È una realtà più diffusa di quello che immaginiamo. Si tratta di un rete di circa 300mila siti cui bisognerebbe aggiungere gli account dei social network. Come sappiamo la caratteristica principale è di inneggiare all’anoressia e alla bulimia come scelta di vita, non trattandole quindi per quello che sono: una malattia. Viene venerata la magrezza e tutti i sistemi per dimagrire sono consentiti: dall’uso di sostanze al digiuno. Tutte le ragazze che sono qui a Palazzo Francisci di Todi, o in cura in day hospital, hanno visitato siti pro anoressia, in genere in età molto bassa: circa 12-13 anni.

Ha parlato anche di social network. Che funzione hanno all’interno della malattia?
Ne appagano il lato esibizionista. Si postano foto di magrezza estrema, di solito foto delle ossa e di autolesionismo, cioè di ferite, spesso ancora sanguinanti, che le pazienti si provocano più o meno in superficie. E’ un disturbo di cui soffre circa il 90{c8fd8305821bafa11d0454614117a16bc861cc0283585dd03a411eb873b58ecd} delle persone affette da un Dca. Addirittura postano immagini di quando sono ricoverate con il sondino nasogastrico o con la flebo. Quello per loro è il trionfo, è il top della magrezza. Un traguardo che va mostrato e condiviso.

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Stress: insonnia, dolori e depressione per un lavoratore su 5, è peggio per le donne

Sei milioni di italiani soffrono di stress da lavoro, manifestando disturbi come ansia, insonnia, dolori muscolari sino alla depressione; nella maggioranza dei casi si tratta di donne, più di 3 milioni e 200mila. Sono i dati preoccupanti diffusi dalla Società italiana di psichiatria in seno a un convegno tenutosi al Fatebenefratelli di Milano, organizzato in vista della Giornata mondiale della Salute Mentale che si celebrerà il prossimo martedì 10 ottobre.

A patire questi disagi è dunque ben un lavoratore su cinque (in Italia gli occupati sono 28 milioni), e a far riflettere è soprattutto il dato che riguarda le donne, anche per un semplice fattore statistico. Gli uomini occupati nello ‘Stivale’ sono infatti più delle donne (il 60 percento del totale), ciò significa che le lavoratrici sono molto più colpite dallo stress da lavoro rispetto ai maschi. Il dato può essere facilmente spiegato anche dal mancato raggiungimento della parità in questo specifico ambito, che trova riscontro nei dati oggettivi sull’occupazione femminile diffusi ciclicamente: retribuzioni inferiori, maggiori difficoltà nel poter fare carriera e barriere culturali legate anche alla maternità, tutti aspetti ancora radicati nel tessuto socioculturale italiano.

“La difficoltà di mettere insieme prospettive di carriera con la condizione di essere ‘caregiver’ o madri, avere sulle spalle la gestione della famiglia e quant’altro incombe nella vita delle donne lavoratrici, le espone molto di più”, ha sottolineato il dottor Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento salute mentale dell’Asst Fatebenfratelli Sacco.

continua su: https://scienze.fanpage.it/stress-da-lavoro-insonnia-dolori-e-depressione-per-un-occupato-su-5-e-peggio-per-le-donne/
http://scienze.fanpage.it/

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Perché dovremmo andare tutti dallo psicologo ogni tanto?

La psicoterapia è un ottimo strumento per affrontare i nostri problemi da un altro punto di vista. Gli amici possono darci consigli, ma molte volte non sono sufficienti o non corrispondono esattamente a quello di cui abbiamo bisogno. È allora che entra in scena lo psicologo.

La società sta finalmente iniziando a capire che la psicoterapia non è una “cosa da pazzi”, bensì che un numero sempre maggiore di persone cerca in essa un contributo che non sono capaci di trovare altrove.

Per chiedere aiuto ad uno psicologo, non è necessario essere “pazzo” o “fuori di testa”. Al giorno d’oggi è molto comune andare in terapia persino per migliorare e conoscersi meglio. La psicoterapia per molti è divenuta uno spazio nel quale esplorare le proprie luci e le proprie ombre ed imparare da esse. Non si tratta di ricevere consigli da qualcuno che non ci conosce, bensì di imparare a vedere i nostri problemi da un’altra prospettiva 

Idee errate sulla psicoterapia

Molte persone continuano a pensare che dallo psicologo ci si debba sdraiare su un divano in cerca di traumi infantili che possano spiegare i sentimenti attuali. Altre pensano che il terapeuta sia una persona che risolverà i conflitti del paziente o del cliente senza che questi debba fare alcuno sforzo. Vi sono anche persone che pensano tutto il contrario, ovvero che lo psicologo sia un agente passivo della terapia che si limita ad ascoltare.  

Tutte queste sono idee errate su come si svolge al giorno d’oggi una seduta di psicoterapia. L’immagine del divano appartiene al mondo della psicoanalisi, ma attualmente non tutti gli psicoanalisti ne hanno uno. In questo senso potremmo dire che, soprattutto in Europa, l’evoluzione della psicologia ha bandito i divani rendendoli un’eccezione e non la regola.

Gli psicologi non danno risposte, aiutano a trovarle, alcuni porranno persino domande a cui non avevamo mai pensato e che possono essere (o meno) rilevanti per il problema. In base alla situazione, inoltre, proporranno anche alcuni esercizi che potranno facilitare tale compito. Il mondo della psicoterapia si è evoluto molto ed è possibile trovare diverse correnti, quali la terapia cognitivo-comportamentale  o quelle di terza generazione (mindfulness, terapia umanistica, terapia sistemica, etc), che si basano sul confronto faccia a faccia.  (leggi tutto)

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LA CREATIVITÀ COME STRUMENTO DI CAMBIAMENTO. ALLENARSI ALLA DIVERGENZA CI MANTIENE VITALI

Si racconta che il poeta Rainer Maria Rilke fosse refrattario ad affrontare un percorso di psicoanalisi per il timore di perdere, insieme alla sua nevrosi, anche la fonte della sua ispirazione letteraria.

Croce e delizia di chi si approccia alla psicologia è la possibilità di doversi confrontare con quel processo di modificazione della singolarità che potremmo definire “normalizzazione”. “Non sono normale”, o “ho paura di non essere normale” è qualcosa che uno psicologo si sente dire di frequente. Questo riferito scarto dalla normalità viene vissuto come un elemento di sofferenza e l’aspettativa di un percorso psicologico, almeno a un livello cosciente e volontario, è spesso quello di sconfiggere un sintomo che viene vissuto come un intralcio disfunzionale alla propria vita.

Il fantasma della “normalizzazione” è però anche una delle principali resistenze all’esplorazione psichica. C’è il timore che sotto lo sguardo incalzante e indagatore dell’altro si possa smarrire quella scintilla di assoluta singolarità, condita di bizzarrie e stranezze, che caratterizza la propria più profonda ed essenziale natura, e che la psicologia assomigli ad un intervento di bonifica che lascerà il campo forse più ordinato ma meno fecondo. Si ha paura che lo psicologo possa condizionare.

Di fatto, la psicologia è sempre stata interessata alla diversità, allo scarto, all’insolito: in una parola alla creatività. E sono moltissime le ricerche e le teorie dedicate al pensiero creativo e alla personalità creativa.

La creatività è essenzialmente legata ad un modo non ordinario di procedere.

Jung distingueva due forme del pensare: uno logico, razionale, direzionato, analitico, convergente, apollineo; l’altro evocativo, intuitivo, sintetico, divergente, dionisiaco.

Intorno agli anni ‘70, oltre a studi specialistici sul tema, una grande eco ha avuto il costrutto del “pensiero laterale”, sviluppato da Edward De Bono. Anche in tempi recenti sono fioriti studi di neurologia e neuropsicologia dedicati alla specializzazione emisferica e al pensiero creativo.

Il lascito di Steve Jobs, “Stay hungry, stay foolish” (letteralmente “Restate affamati, restate folli”) è un invito alla curiosità, alla divergenza, all’impulso alla ricerca di nuovi orizzonti, di modi ulteriori.

Se c’è qualcosa di rassicurante nell’essere sazi e nella comodità, è anche vero che difficilmente le idee migliori germinano da procedure consolidate. La vera innovazione pesca nell’ignoto, e anche se ne possono essere note le premesse, sono nuove e insolite le connessioni che si costruiscono a partire da quel territorio. (leggi tutto)