Co-sleeping: dormire col proprio figlio fa bene

Co-sleeping: dormire col proprio figlio fa bene

L’impostazione del professor Mckenna muove dal presupposto che l’essere umano è uno dei primati con lo sviluppo più lento rispetto a tutti gli altri. L’essere umano, infatti, alla nascita è immaturo e sottosviluppato dal punto di vistaneurologico. Ciò è giustificato, dalla necessità del neonato di avere un cranio in grado di attraversare nel corso del parto lo spazio pelvico.

I bambini appena nati sono quindi fisiologicamente incompleti, e da questo deriva lo stretto rapporto di dipendenza dalla madre e dal contatto con la stessa.

Il contatto materno ha il potere di innescare modificazioni fisiche nel neonato, di influenzarne il respiro, la temperatura corporea, come pure la pressione sanguigna e i livelli di stress. L’idea di una società dove i bambini si debbono “calmare da soli” o dormire ad appositi orari in luoghi predeterminati è frutto di convenzioni sociali che non hanno alcuna evidenza empirica, e che finiscono per lacerare questa importante connessione tra la mamma e il piccolo.

Mckenna ha studiato il comportamento dei primati analizzando glieffetti fisiologici cui andavano incontro i cuccioli di scimmia separati per breve periodo dalle madri.

La conclusione cui è arrivato è che il contatto materno arreca beneficio alla salute dei piccoli, ed è inoltre capace di influenzare una variabile molto importante, come quella del tasso di crescita.

A questo punto, quindi, il semplice gesto di tenere in braccio un bambino o di condividerci il letto, concorrerebbe ad una funzione di estrema importanza, ovvero, quella di favorirne la buona crescita. (leggi tutto)

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