Mi leggi una storia?

Mi leggi una storia?

L’ascolto e la lettura di fiabe come strumento di comunicazione e crescita per bambini e genitori

Leggere ad alta voce ai propri figli in età prescolare, cioè prima che imparino a farlo da soli, è una di quelle cose che ci si aspetta da un bravo genitore.

L’interesse per il rapporto tra il libro-storia ed il bambino può essere motivato dal desiderio di preparare, se non precocizzare, l’apprendimento della lettura e della scrittura, o dalla volontà di offrire strumenti di comunicazione culturale alternativi alla televisione. Tuttavia, credo sia altro ciò che rende “l’ascoltare una storia”  tanto potente nell’esperienza infantile.

La lettura ad alta voce per un bambino, infatti, parte sempre da un invito. Questo ne definisce immediatamente la prima e fondante caratteristica: qualcosa che accade all’interno di una relazione. Il vero incipit della storia,quindi, non è tanto il classico “C’era una volta” quanto piuttosto: “vieni che ti racconto”, oppure “raccontami”.

Quando leggete un libro a vostro figlio si tratta generalmente di un libro illustrato ed è anche grazie alle illustrazioni che la lettura prende la forma di un dialogo: l’adulto attira l’attenzione del bambino sull’immagine, il bambino risponde all’invito, fa una domanda all’adulto e riceve il feedback dell’interlocutore. Quello che accade è quindi un’esperienza interattiva nella quale si ha la possibilità, sia per il genitore che per il figlio, di sperimentare il turno della conversazione (osservazione/ascolto, domanda/risposta) che rappresenta la struttura portante delle relazioni.

“Mi leggi una storia?” è un’espressione che a me rievoca un po’ i modi di dire delle mamme che parlano di alcune delle cure fondamentali rivolte ai loro figli nei termini del “MI mangia”, “MI dorme”, “MI cresce”. Espressioni nelle quali si sottolinea com’è la relazione stessa all’interno della quale si verifica l’azione che dà significato a quest’ultima.

L’ascolto di storie è un contesto che valorizza la relazione adulto-bambino, dà importanza al bambino e gli riconosce le competenze necessarie per essere un compagno di lettura e di avventura. L’adulto che si mostra disponibile a condividere momenti di intimità, quali quelli della lettura comune, si presta anche al gioco ed alla necessità di ripetere più volte la stessa storia con le stesse parole. Tutto questo dice molto della relazione tra i due: innanzitutto che sono intimamente vicini, che possono condividere vissuti profondi e che la relazione è importante e vale la pena di essere vissuta anche senza altra finalità che lo stare insieme.

Per questo è importante che quando raccontiamo una storia lo facciamo senza altra pretesa se non che il racconto possa risultare un’esperienza piacevole sia per il bambino che per noi. Non è, forse, questa una fulgida eccezione nel mare delle quotidiane circostanze nelle quali la preoccupazione o la necessità di svolgere una certa azione (vestirsi, mangiare, lavarsi) prende il sopravvento e fa dimenticare il piacere di farlo insieme?

Infine, voglio esplicitare un’ulteriore accezione del “Mi leggi?”: “leggi me”. Leggere una storia ad un bambino significa, infatti, anche una offrirgli parole, atmosfere, immagini, emozioni grazie alla quali impara a a conoscere il mondo, a leggere se stesso e ad acquisire gli strumenti per raccontarsi, per imparare a fare domande e a cercare risposte.

E’ tutto questo a rendere speciale la lettura ad alta voce per i nostri bambini: un bottino prezioso nascosto sotto quella ormai stropicciata edizione de “I tre porcellini” con la quale vostro figlio vi chiede di accompagnarlo a dormire ogni sera.

Francesca Pezzali