“Parlare per dimenticare”. La generazione Bataclan in coda dallo psicologo

“Parlare per dimenticare”. La generazione Bataclan in coda dallo psicologo

PARIGI. Un ragazzo, 25 anni, sorride, si stringe nella pettorina rossa della protezione civile, poggia una mano sulla spalla di Catherine e le apre un sorriso: “Siediti, parliamone”. Poi le offre un bicchiere di the. Al secondo piano del municipio dell’undicesimo arrondissement c’è una stanza, imponente ed elegante come tutto il palazzo di place Leon Blum, assai stretta e molto lunga. Squadrata. Eppure somiglia a un labirinto. Qui dentro, infatti, da dieci giorni si sta raccogliendo gente che si è persa, smarrita dietro gli spari, ingoiata dalle facce feroci di Salah, Abaaoud e i suoi amici, ragazzi e ragazze sfregiati dal colore del sangue, dal rumore delle urla e dei vetri rotti sotto i piedi. Qui dentro ci vengono le altre vittime del 13 novembre, quelli che non sono morti. Ma un po’ è come se lo fossero.

Il municipio ha attrezzato in questa sala un grande centro di ascolto psicologico per tutti coloro che hanno, in qualche maniera, vissuto l’attacco del 13 novembre: volontari della protezione civile a fare da accoglienza. Psicologi, nascosti dietro dei box, pronti ad ascoltarti e a offrirti il loro supporto. Sono quasi diecimila le persone già passate dall’undicesimo, “duemila nel prime 48 ore” racconta il dottor Eric Cheucle, psichiatra, che da Lione è arrivato sabato mattina per prestare soccorso ai ragazzi e alle ragazze quando ancora nell’aria si sentiva l’odore della polvere da sparo. “Hanno bisogno di parlare. Parlare, parlare e poi ancora parlare. E’ l’unica maniera che hanno poi per dimenticare”. Catherine non lo ha fatto. Era in una delle ragazze del Carillon. Ricorda attimo dopo attimo il commando della Seat Nera che scende e si mette a sparare. Quando sono arrivati si è raccolta come una pallina di lana sotto i tavolini. E si è salvata, forse. Il ragazzone dell’accoglienza le passa le mani per i capelli. E lei non smette di piangere. Prova a calmarla. In mano ha uno dei questionari. Ci metterà qualche minuto prima che la ragazza riesca, semplicemente, riesca a dirgli il suo nome. Funziona così: arrivi all’ingresso e comunichi ai poliziotti di guardia che hai bisogno di un aiuto, che tu sei uno di quelli dell’XI. Non chiedono niente. Semplicemente ti sorridono. E una ragazza, ugualmente gentile, ti chiede di seguirla. Si attraverso tutto il palazzo, così grande da occupare praticamente un intero isolato. (leggi tutto)