Quando l’adozione fallisce. Ogni tre giorni un bimbo viene restituito allo Stato

Quando l’adozione fallisce. Ogni tre giorni un bimbo viene restituito allo Stato

Negli archivi del ministero della Giustizia i ragazzini adottati sono nomi e cognomi senza un passato. Cinquantamila negli ultimi dieci anni. Numeri con un’etichetta appiccicata sopra – Elena, Mattia, Olga, Rashid, Ivan, Felipe – materiale indistinto buono per le statistiche ma di scarsa utilità per capire da dove vengono, quali traumi hanno subito, che lingua parlano, se sono figli di mafiosi o di combattenti sudanesi, perché una cicatrice profonda gli segna un ginocchio o perché gli mancano le braccia, se sono geni della fisica o incapaci di parlare, di pensare, di sorridere, se sono calmi o aggressivi, bianchi o gialli. Non esiste, insomma, una banca dati nazionale che li riguardi, che parli di loro come persone, anche se una legge di quindici anni fa (la 149 del 2001) l’ha inutilmente prevista.  

 Il senso di quello che sono è custodito all’interno dei faldoni raccolti nei ventinove tribunali per i minori che assieme ai servizi sociali, alla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) e agli enti autorizzati, costituiscono la rete di fili invisibili nata per impedire a questi ragazzi di finire in un abisso fatto di niente. 

 È normale questo buco che non consente di tenere sotto controllo il sistema, di creare momenti di collaborazione, riducendo dolori, errori e costi? 

 Evidentemente sì, perché, allargando appena l’orizzonte, si scopre che non esiste neppure una statistica su quanti di questi bambini meravigliosi e interiormente scassati vengano restituiti alle case famiglia dopo l’adozione. «È andata male, ci spiace, riprendetelo». Lacrime e strazio. Capita così? Esattamente così. Succede cento volte l’anno. Tra le otto e le dieci volte al mese. (leggi tutto)