Recensione psicologica al film Room

Recensione psicologica al film Room

Di Sergio Stagnitta

È veramente difficile provare a raccontare questo film così potente sapendo che è liberamente ispirato ad una storia vera. La difficoltà risiede nel fatto che per raccontare qualcosa bisogna distanziarsene, almeno quel tanto che ci permette di vedere le cose dall’esterno e magari con l’aggiunta di una dimensione metaforica, tipica delle storie di fantasia. Invece in questo film prevale sempre un punto di vista interno, troppo ravvicinato, con la macchina da presa puntata per quasi tutto il tempo sul viso di Jack e di sua madre Joy, i protagonisti di questa storia. Noi spettatori siamo costretti a seguirli intimamente connessi a loro, e infatti, più di altri film, le emozioni sono spinte al massimo, soprattutto la rabbia e la tristezza e poi i vissuti come la frustrazione, la claustrofobia, infine il desiderio di fuga, forse lo stesso che ha tenuto in vita il Conte di Montecristo rinchiuso ingiustamente in una cella per 14 lunghi anni. Romanzo che Joy racconta al suo piccolo Jack, forse traendone anche qualche spunto per uscire da quella prigionia.

La storia è semplice: un maniaco ha sequestrato una ragazza di 17 anni, Joy, e l’ha rinchiusa in una piccola stanza abusando di lei per 7 anni. Da questi rapporti nasce un bambino che non è mai uscito da quella stanza. Gli unici contatti con l’esterno sono il vecchio Nick (il maniaco), Ma’ (la mamma, che si chiama Joy), la tv e il lucernaio, una piccola finestra, irraggiungibile, incastrata nel soffitto della stanza. La mamma ha fatto credere a Jack, almeno fino al compimento dei suoi cinque anni, che oltre il lucernaio e la porta dalla quale entra Nick, non c’è nulla, e così anche i personaggi della tv non sono reali, per Jack il mondo è tutto in quella stanza.

La “stanza” ha tutti gli oggetti fondamentali che permettono una minima sopravvivenza, ne manca solo uno: lo specchio. È proprio questa la chiave di lettura che ho scelto per prendere la giusta distanza dalla storia e provare a descriverla. Nella stanza manca lo specchio, l’unico oggetto che ci consente di vederci dall’esterno, che consente, come direbbe lo psicoanalista francese Lacan, al bambino piccolo di riconoscere sé stesso nell’immagine riflessa e costituire la sua identità come individuo. Forse nella sua immensa perversione Nick, il maniaco, sapeva della potenza dello specchio e così non l’ha inserito volutamente nella stanza, sapeva che lo specchio sarebbe stata un’arma potente che poteva essere rivolta contro di lui. Non aveva previsto però un’altra arma, proprio perché la sua malattia mentale non poteva suggerirgliela, ovvero l’amore, la relazione con l’altro, lo sguardo dell’altro che sostituisce l’immagine riflessa allo specchio (alla fine troverete una clip del film dedicata proprio a questo aspetto). (leggi tutto)