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“E senza accorgermene, poggiai una lametta sul braccio”. Nell’inferno invisibile dell’autolesionismo

È importante dire a genitori e insegnanti, quando scoprono questi casi, di non accusare mai i ragazzi, di non aggredirli. C’è già un dolore e una vergogna, una paura del confronto. Non dite: ‘Non farlo più, ma sei scemo’. Non servono Inquisizioni. Hanno bisogno di non sentirsi più sbagliati di quanto già si sentano, hanno bisogno di essere accolti. Hanno anche paura di far soffrire chi gli sta intorno. Ascoltate e capite, non fateli sentire peggio. Ditegli: ‘Adesso lo risolviamo insieme. È un problema da cui se ne esce’”.

Il cuore martella nel petto. Pompa adrenalina nel corpo. Spinge lacrime fuori dagli occhi. Non basta. Ti aggiri nella cameretta. Alzi il volume della musica. Provi a urlare. Non basta. La faccia si contrae in una smorfia di dolore, mentre il respiro si fa più affannato. La testa gira, si aliena, ma i pensieri restano nitidi: nitida la risata di scherno dei tuoi compagni, nitida la tua solitudine, nitide le urla di tua madre. Tremi, e non basta. Il tuo corpo sembra implodere, mentre una massa oscura preme all’altezza del petto, sulla bocca dello stomaco, spinge verso la gola. Il taglierino è sulla scrivania, lo poggi sul braccio senza neanche rendertene conto. Il sangue inizia a sgorgare dopo qualche frazione di secondo, frazione di lucidità, in cui ti rendi conto di quel che sta accadendo. Paura, senso di colpa, imbarazzo. Poi lo vedi, scivolare rosso lungo il tuo braccio. E la massa scura che avevi nel petto si discioglie, quasi la ferita aperta fosse il tuo sfiatatoio: passa la frenesia, la rabbia, l’imbarazzo. Respiri a bocca aperta, l’aria non ha più impedimenti. Il cuore batte a ritmi regolari. Dura poco, ma è piacevole, sembra una medicina, sai che è una droga. Come nasconderai le cicatrici ai tuoi genitori? Che spiegazioni darai? Inventerai un modo, tanto è successo solo questa volta, tanto non lo ripeterai mai più. Così nasce un autolesionista.

Quanto è diffuso l’autolesionismo? – Secondo l’ultimo report dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus, in Italia nella fascia di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, quasi 2 preadolescenti su 10 dichiarano di aver messo in atto condotte autolesive. In quella fascia d’età non c’è una significativa differenze tra i due sessi. Al contrario nella fascia tra i 14 e i 19 anni – in cui la percentuale di chi ha messo in atto la pratica è del 18% – il 67% sono femmine.

Il dati risalgono al 2017 e sono stati raccolti su un campione composto da circa 8.000 adolescenti sul territorio nazionale. Le percentuali più preoccupanti in assoluto sono due: quasi il 14% lo fa in maniera ripetitiva e sistematica e l’età media in cui iniziano a farsi del male è pari a 12,8 anni.

Secondo il report, il 42% degli adolescenti dichiara di mettere in atto condotte autolesive per ridurre l’ansia, la frustrazione, la rabbia o altre emozioni opprimenti, il 36% per calmarsi, il 32% per alleviare il disagio psicologico interno, il 25% per punirsi, il 19% per lasciare un segno che possa esprimere il loro malessere, il 15% per cercare di sentire qualcosa a livello emotivo oppure evitare l’impulso del suicidio.

La rete, rifugio e rinforzo – Se digiti su Google “autolesionismo” tra i suggerimenti troverai frasi come “Dove si trovano le lamette per tagliarsi”, “Come tagliarsi senza farlo vedere”: sono le ricerche più frequenti legate alla parola. Il browser non risponderà a quelle domande: l’algoritmo impedisce di fornire la chiave per adottare la pratica. Stessa logica vale sui social, come Instagram o Tumblr, dove digitando l’hashtag #autolesionismo, prima di permetterti di visualizzare alcuni contenuti filtrati, compare una scritta che invita a chiedere aiuto, rimandando a numeri come quello del Telefono Azzurro (114) o del Telefono Amico (199 284 284). (leggi tutto)

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